EPILOGO – 1 & 2 GENNAIO – Gerusalemme / Tel Aviv / Roma (giorno 8 e 9)

Ovviamente, le nostre avventure bislacche non possono non concludersi bislaccamente.

Non poteva quindi mancare un epilogo, che seppur sembri in parte edulcolare l’incredibile potenza spirituale del nostro viaggio, non ne intacca in noi il mito.

Dopo il Getsemani, con un senso di sollievo, di pace, di arrivo e di fine,  ci riavviamo verso la cittá vecchia.

Il pellegrinaggio è finito.

Ci risvegliamo, come da un lungo sogno.

Torniamo alla luce.

Abbiamo circa due ore: vogliamo usarle per dedicarci un po’ al “profano”… Visita e qualche acquisto.

Poi dovremo andare a consegnare il “Mosaico di Donne” all’associazione Be’ad Chaim. Il “Mosaico” è il dipinto di una donna, diviso in nove parti, ognuna delle quali racconta la storia di una donna incontrata lungo il nostro viaggio.
Dovremmo consegnarlo all’associazione intorno alle 17:30 e proseguire poi fino alla Central Bus Station, dalla quale partiremo alla volta di Rehovot (Tel Aviv), dove spenderemo le poche ore di sonno che ci sono concesse a casa di Roberto, l’amico che ci ha ospitato la prima sera e si prenderà carico di noi anche per questa notte.

Cominciamo a camminare. Quella che ci aspetta non sembra essere una lunga distanza: dopo una salita vertiginosa ma rapida le macchine che scompaiono inghiottite dagli immensi bastioni ci rivelano l’inequivocabile presenza di una porta. Dovrebbe essere la Porta settentrionale: la Porta dei Leoni.

Cammina cammina, la via procede inerpicandosi ai piedi delle mura, e nessuna scala o vialetto sembra dirigersi verso quella che avevamo individuato come nostra direzione.

Ovviamente, abbiamo sbagliato strada.

Ovviamente, scaliamo il monte. Scendi e sali, sali e scendi.

E risali.

Ovviamente, ci tocca spignattare per quasi un km seguendo la strada ai piedi delle mura finché non troviamo, finalmente una porta.

Abbiamo circumnavigato un quarto di città.

Entriamo. Check diretto e siamo al Muro Occidentale. Il Muro del Pianto.

Attraversiamo la piazza gremita, usciamo dall’altra parte e ci rimmergiamo di nuovo nei vicoli stracolmi di gente, nel cuore della Old Town.

Cerchiamo disperatamente il locale carino dell’altra sera, quello dove ci siamo fermate per andare in bagno, proprio nel bel mezzo della Via Crucis. Il proprietario ci suggerì di viaggiare più lente, e di fare le cose con calma, aprendo di fatto la strada all’inizio delle intenzioni serie in merito alla Via Crucis che fino ad allora stavamo affrontando con una certa qual leggerezza.

Non lo troviamo, ma siamo fermissime e determinatissime nel proposito di consumare lì il pranzo, e perseveriamo nell’esplorazione girando e frugando in tutti i vicoli. Alla quarta volta che torniamo al punto di partenza decidiamo che il girotondo è bello come il gioco, cioè se dura poco, e optiamo per fermarci a mangiare in un posto QualeCheSia…

“Ti va bene lì?”

“È perfetto.”

Ristorantin-in-ino arabo. Tre tavoli fuori con tovaglie di plastica e tovagliette di cartapaglia. Non so se più unte o più appiccicose.

All’interno un’unica tavolata è piena, ma sono quasi le tre, ed i clienti sono italiani. Soprattutto, in effetti, è si piena una sola tavolata, ma su due totali: vuol dire che il locale è pieno per metà!

Ci basta.

Ci rivolgiamo ai connazionali per un conforto sulla cucina: ci dicono che <il sapore è buono, basta che non ci si chieda cosa ci sia dentro!>.

Seguiamo il consiglio.

Peraltro, “Quello che non strozza ingrassa!” si dice dalle nostre parti, e così presto ci facciamo servire Felafel ed Humus per Silvia e spiedini per me.

Panne arabo, salsine e qualche assaggio di insalata, cetrioli, pomodori, peperoni crudi.

Siamo di fronte all’angolo presso cui la Via Crucis passa e svolta a destra.

La quinta stazione. Si dice che qui Cristo sia caduto, poggiandosi al muro e lasciando l’impronta della propria mano. Pellegrini e turisti guardano e toccano, indicano, bisbigliano e pregano, ridono e tacciono, si genuflettono e scattano foto. Sono per lo più italiani.

C’è un grandissimo “Buzz”, intorno. Un rumore di fondo, un suono bianco. Qualcosa che stona e disturba.

Dopo pranzo ci resta giusto qualche minuto per i souvenir, al volo, poi dovremo avviarci.

Trattiamo moltissimo su prezzi di presepi e di strumenti musicali, di incensi, spezie e thè, e le Mezuzah, con dentro il rotolo della Legge.

Usciamo dal ginepraio intricatissimo che è il cuore aggrovigliato di Gerusalemme che sono quasi le cinque.

Portiamo con noi qualche ricordo e souvenir, ed un paio di cartoline che non si sa se e quando spediremo (verosimilmente, come al solito, ce le riporteremo indietro e le consegneremo a mano).

Ci lasciamo, per l’ultima volta, la città vecchia alle spalle che sono le cinque passate.

È sceso il buio.

La punta di un albero di natale svetta blu dall’ultimo angolo delle mura che costeggiamo. Dev’essere il quartiere Cattolico.

Al palazzone degli uffici di Be’ad Chaim entro io e Silvia aspetta fuori con le bici. Giro dieci minuti ma mi perdo, tra le diverse scale ed i molti ascensori. Esco.

Entra Silvia. È più abile di me, ma comunque sfortunata. Non c’è nessuno. Gili e Sandy sono andate fuori per una conferenza, e l’associazione è chiusa. Silvia lascia comunque il rotolo alla porta.

Qualche minuto ancora per ricomprare la chiave inglese (per smontare ruota e pedali), che avevo lasciato nella confusione del primo giorno nel portabagagli del pullmino, e la pellicola per imballare le sacche all’aeroporto.

E via di corsa alla Bus Station.

Arriviamo in men che non si dica, ma il piano dal quale partono i nostri bus è chiuso per via di una <Borsa sospetta>. Riaprirà fra mezz’ora…

Quando un altoparlante lancia un lungo ed incomprensibile messaggio in ebraico e tutta la folla crea ressa attorno alle scale mobili, capiamo che il problema dovrebbe essere stato risolto.

Gli ascensori comunque non aprono le porte al piano che dobbiamo raggiungere (il terzo) e così, dopo un giro turistico con due simpatici garzoni portapane secondo-quarto-secondo piano, siamo costrette alle scale mobili, che io non amo, per non dire detesto.

Non le so usare, ed anche stavolta rischio di cappottare all’indietro con tutta la bici.

Una volta è successo. Silvia ride sotto i baffi. Ed anche sopra.

Stavolta però la scampo.

In cima, la fila alla porta che conduce alla banchina del nostro pullman è lunghissima. Troppo. Il bus parte senza di noi.

Dovrebbe essercene uno ogni mezz’ora ma siamo fortunate: il successivo arriva e riparte subito, con noi sopra.

Anche in questo bus c’è il wi-fi: guardiamo qualche commento degli amici su facebook e pubblichiamo qualche foto, ed in un ora siamo alla fermata d’arrivo.

Pochi minuti ed a casa di Roberto.

A tavola raccontiamo a lui e Letizia del viaggio, e Roberto ci spiega meglio del movimento giovanile di Rumia (la giovane ragazza che viveva con altri amici nel “Kibbutz di città” a Tiberiade), al quale è appartenuta anche Stav (la ragazza che ci ha accompagnato a visitare in Kibbutz nei pressi di Tiberiade) ed il figlio di Roberto appartiene tutt’oggi.

Cena fredda apprezzatissima, con ottimo pane cucinato da Letizia, le cui doti culinarie non abbiamo avuto il piacere di sperimentare perché è finita la bombola (in Israele non c’è il gas di città, per ragioni di sicurezza).

A letto alle undici. Qualche foto ancora su facebook. Silvia manda una mail importante ad un giornalista che attende nostre notizie, io crollo in catalessi ancor prima che la testa tocchi il cuscino.

La sveglia suona alle due e dieci. È ancora notte nerissima ed umida.

Ma non fa freddo.

Ieri sera Roberto ha prenotato per noi un pulmino, grande, in modo che possano comodamente entrarci anche le bici.

Arriva una Station Wagon…

Escluso che i velocipedi possano entrare nel portabagagli, per fortuna c’è il portapacchi: le nostre due ruote vengono issate e legate sul tetto e viaggeranno così.

Questo non ci era ancora successo.

Già ci immaginiamo a guardarle scivolare dal lunotto posteriore e fargli “Ciaooooooooo…..!!” mentre volano via sull’autostrada, ma l’incubo finisce presto: il tragitto è brevissimo.

All’aeroporto tre ore di anticipo decisamente non bastano, se si ha una bicicletta.

Quattro risulterebbero appena sufficienti, crediamo noi.

C’è una ressa pazzesca di gente in fila ai raggi-x, ed a noi cicliste sono riservati doppi controlli. Mentre Silvia va a far passare le bici in un nastro speciale, io attendo girandomi i pollici, perché non se ne parla di avvantaggiarci con il controllo delle sacche.

Giro e rigiro come Paperone nella stanza dell’agitazione, cercando di far capire che si sta facendo tardi e l’imballo delle bici e delle sacche ci prenderà tempo, ma non c’è verso di sciogliere il ghiaccio.

Torna Silvia, è passata già la prima ora e mezzo. Ce ne manca una e mezzo.

Controllo delle sacche: due addetti alla sicurezza le smontano pezzo per pezzo, sia quelle a mano che quelle da imbarcare, arrivando ad aprire il pacchetto delle gomme americane, a togliere il coperchio delle pile del walkman, a svuotare i fazzoletti di carta, a frugare nel sacchetto delle schedine della macchina fotografica.

Altri tre quarti d’ora filati via così.

Ora ci tocca preparare le bici: gira il manubrio, smonta i pedali, imballale con la pellicola e lo scotch da pacchi.

Stessa sorte alle sacche.

È tardi.

Una hostess corre al check-in per spiegare di noi. Fa fare le carte d’imbarco.

È tardissimo.

Corriamo al check-in, ci facciamo vedere, fanno finta di pesare bici e sacche. Io alleggerisco il carico… Sembra comunque che pesino troppo. Dovrebbero farci pagare.

È troppo tardi. Scampiamo così al pagamento extra-bagaglio.

Ci fanno le carte d’imbarco.

Lanciamo le bici su un carrello e trasciniamo il tutto non si sa come fino alla porta gigante per il passaggio carichi straordinari.

Siamo sempre scortate dalla hostess di cui sopra.

Abbiamo quasi perso l’aereo.

Arriviamo ad un altro controllo: il varco passeggeri.

Lo attraversiamo di corsa senza neanche rallentare, con i passaporti aperti come due poliziotti in un vero film americano.
La hostess continua a scortarci. Con lei anche la gentile signora del check-in.

Varco dogana. Fila lunghissima. Passiamo volando dal lato dipendenti dell’aereoporto.

Ormai la nostra carovana sembra proprio un bolide sparato oltre ogni ostacolo dritto verso il gate.

Le nostre due scorte sembrano guardie del corpo di personalità importanti. Scansano addirittura chi dovesse trovarsi in mezzo al passaggio.

Servirebbe una catapulta, modello “Donne Cannone”, che ci lanci sparate direttamente attraverso l’oblò in cabina!
Il gate è ormai a portata di mano, e noi siamo affannate come maratonete a fine gara… Ma ci crediamo. Possiamo farcela. Arriveremo in fondo alla competizione…

Ci siamo, vediamo in lontananza l’ultimo passeggero consegnare il biglietto…

Non è quindi poi così tardi, in fondo!

Addirittura al gate hanno una tale pietà di noi che ci assegnano i posti a sedere, una vicina all’altra!! (Senza quest’ultimo afflato di pietà ci saremmo di sicuro trovate, una a destra ed una a sinistra, più o meno dentro in motore…)

Ci siamo. Siamo dentro.

Siamo in moto.

Siamo in volo.

Tempo dieci minuti e già per l’aria si sente odore di cucinato….

Ovviamente, mentre quasi tutti i passeggeri arricciano il naso perché per colazione servono un’omelette dal sapore in effetti un po’ nauseabondo, noi se magnamo tutto, chiediamo il pane due volte, a momenti lecchiamo il vassoio e se quella vicina si fosse riaddormentata ci saremmo fregate anche il suo biscottino.

Omelette pane formaggio spalmabile yogurt marmellata a-ri-pane (<scusi signorina? Ci può portare altre due focaccine, per favore??>) con il burro caffè thè acqua e biscottino caramellato alla cannella, per concludere.

Dopo poco, ci facciamo secche anche le caramelle comprate a Tel Aviv: ne erano avanzate giusto un paio, che fai, te le riporti a casa???

Pronte per un pisolo, che in effetti però non ci facciamo: la colazione ci ha rinfrancato abbastanza. Anzi, ci ha proprio rimesse al mondo!

Instancabili… Chiacchiere, facebook, rubriche, quaderni, letture e progetti…

Siamo a Roma prima del previsto.

Le bici arrivano in un soffio ed anche le sacche sono le prime ad uscire dal nastro riconsegna bagagli (ti credo, sono arrivate all’imbarco talmente straultime che credo le abbiano scotchate fuori dalla stiva già chiusa!).

Ci evitiamo stavolta lo shock di scoprire quale altro trauma abbiano subito le nostre due care compagne di viaggio: le schiaffiamo ancora incartate una sull’altra su un carrello (che, per la cronaca, pagare due euro ci sembra un furto), poi ci impiliamo sopra le sacche e partiamo così, Silvia cercando di gestire il passaggio dalle porte con i nostri quasi due metri di larghezza, ed io attenta che la pila non caracolli tutta per terra.

Appena prima di guadagnare l’uscita:

– Rapido passaggio per un caffè -nove giorni d’acqua sporca, a parte la pausa da Gianna… sfiorata crisi d’astinenza- ;

– Tentativo fallito di acquisto sigarette senza tasse: “Scusi signor poliziotto? Senta, sa se c’è un negozietto… Che vende sigarette? (Io: “Silvia, si chiama Tabacchi!!!”), si perché speravo di trovarle senza il bollo… No,eh?? Ah, ok, le compro sotto casa…”

– Tentativo di convertire Trenta Shekel: “Sono tre euro, e due di commissione…” (fallito anche questo…).

Dieci minuti netti e siamo al pullman.

Bici e sacche sotto, noi sopra, ormai siamo esperte.

Alle undici e mezzo siamo nel cuore di Roma, a Via Crescenzio.

Ripetiamo l’ormai familiare rituale di spacchettammento, gonfiaggio gomme, riattaccamento pedali, raddrizzamento manubri, ripiegamento sacca copribici, sellaggio con borse e siamo pronte.

Pronte….
Pronte?
Pronte!
Pronte…
Per una nuova avventura!

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1 Gennaio – Giorno 8 – GERUSALEMME

Todà Gianna, e Shalom.

Rifatte le sacche, ultima colazione insieme, selliamo i destrieri e siamo fuori, nel primo mattino.
È una bella e tiepida giornata di sole, il cielo è azzurro e terso.
Ci trasciniamo ciondolanti fino alla città vecchia, dove abbiamo appuntamento alle 9.30 con i giornalisti della Rai mandati da Giovanni.
Imbambolate come due zombie non dovremmo fare una gran bella impressione.
“Beh, ora basta, sveglia che facciamo paura!!!”
Riemergiamo a forza alla realtà, e dopo un approccio che agli occhi dei nostri interlocutori deve averci fatto sembrare due zitelle un po’ acide o due ebeti reduci da una notte da leoni, recuperiamo almeno in parte il possesso di noi stesse, che in fondo in fondo (…ma giusto in fondo) non siamo poi così tanto brutte e antipatiche…

All’appuntamento c’è un ragazzo di Tel Aviv, accompagnato dall’operatore di Gerusalemme. Ci fanno un paio di riprese nei pressi della Porta di Giaffa e poi cerchiamo insieme di capire come incastrare i nostri programmi per la mattinata (che prevedono un giro per la città vecchia ed il Santo Sepolcro per la fine della Via Crucis e poi la visita al Monte degli Ulivi, fuori dalle mura, verso nord) con le loro esigenze televisive. Arriviamo faticosamente, vista la nostra persistente obnubilazione, a decidere che ci sposteremo subito di qualche centinaia di metri sempre fuori dalla Città Vecchia e poi entreremo, insieme, dentro, fino al Santo Sepolcro.
Nonostante i loro insistenti e premurosi tentativi per farci desistere dal passare per la via breve, che ci sembra comunque inequivocabilmente migliore (“Breve” è un suono dolcissimo, e ci chiama con assoluta chiarezza), scegliamo quella: non ci interessa affatto che ci siano “dei” gradini….
“Gradini”, in effetti, vuol dire Scalinata… Lunga scalinata. E, conseguentemente, anche “Bici in spalla”… Con tutte le sacche attaccate (mica vorremo metterci anche a staccarle!! E chi li fa poi due viaggi?? NoNo, molto meglio il viaggio del somaro, intenso ma breve!!). Trenta chili a bici, minimo minimo…
La santità faticosamente conquistata, strappandola metro dopo metro in più di mille km di pellegrinaggio a pedali, la perdiamo d’un colpo, in un soffio, con i pensieri funesti e anatemi irripetibili formulati nell’arrampicata, uno per ognuno degli almeno cento gradini.
Comunque… Ridere aiuta, e alla fine arriviamo in cima, in un modo o nell’altro. A panza all’aria. Ed anche le bici con noi.
Rifiatiamo, ci riprendiamo, recuperiamo almeno un filo di dignità e presentabilità e raggiungiamo il luogo dell’appuntamento.
In sella. Pronti…Via!
Partiamo. Come ieri sera, con il SUV e l’operatore sporto dal tetto che ci scortano. È tutta discesa, ed in tre minuti siamo di nuovo alla base della scalinata. È ingiustissimo. Frustrante esattamente come risalire una pista da sci tutta a scaletta fin sul monte: dopo un’ora di sudore, un risicato minuto di divertimento!

Entriamo a Gerusalemme vecchia di nuovo dalla Porta di Giaffa.
Lasciamo le bici in una lussuosissima Guest House accanto alla casa del Pellergino, dove gentilmente le custodiranno fino al pomeriggio, e ci avviamo verso il Santo Sepolcro.
L’operatore con noi.
Ci chiede di poter riprendere l’ingresso alla Basilica.
Accettiamo, ma a nostra volta chiediamo di poter essere lasciate sole una volta dentro: le riprese finiranno sulla soglia. Lo salutiamo, ci ringrazia. Ultimi metri prima della grande porta, e siamo di nuovo “sole”.
“Sole”, anche se tra mille persone.

Al Santo Sepolcro, una gran confusione.
Riprendiamo a fatica il percorso iniziato l’altro ieri, la Via Crucis, pregando a nostro modo. Ci mancano tre tappe.
Ci sediamo in disparte, ma non c’è luogo intimo, né possibilità di star fuori dalla confusione, o di trovare silenzio.
Non è il posto per noi. Troppo caotico, troppo pieno di gente. Per la Cappella che racchiude il Sepolcro c’è una fila che non finisce più. Come nostro solito, ce ne andiamo fuori dalle righe, e tentiamo di corrompere il barbuto sacerdote di guardia alla minuscola stanzetta dove fu deposto il Signore, affinché ci faccia saltare la fila…. “Sa, siamo pellegrine…” (Come se lo fossimo un po’ più degli altri!… )
“Abbiamo pedalato mille chilometri per arrivare fin qui… Dall’Italia!!”.
Niente, tentativo ovviamente fallito miseramente, anche perché il sacerdote non parla una parola d’inglese ed i nostri gesti, sebbene mirabilmente eloquenti, non sono sufficienti ad impietosire nessuno, men che mai un sacerdote ortodosso. Russo.
Lui prova comunque con gentilezza a sbolognarci ad un altro frate, anch’esso barbuto, che sembra parlare qualche parola in più: cerchiamo almeno di avere il timbro, l’ultimo che dovrebbe essere apposto sulle Credenziali. La fine. L’approdo. La mèta.
Nulla. Pare che anche per il timbro occorra fare una richiesta in carta bollata, e che per trovare la sagrestia serva il lumicino. Ci indirizza verso una grande porta di ferro, ma è serrata. Rinunciamo, è tutto chiaro.
Ci mettiamo nei pressi del Sepolcro, in un angolo, sedute su una scalinata polverosa e nascosta che sale a chiocciola su, verso il buio. Gradini antichi e sconnessi, un filo di luce diffusa da lampade che pendono dal soffitto, vetuste anch’esse.
Finiamo quel che avevamo iniziato, la nostra Via Crucis, le nostre preghiere. E andiamo via.

Siamo di nuovo in un bagno di sole splendente, dopo la penombra della Basilica, un po’ accecate.
È un dedalo intricato di vie strettissime e scale che salgono e scendono, invaso da negozi fitti fitti che espongono all’esterno di tutto, quello che si apre immediatamente di fronte a noi.
Merce per turisti, principalmente, come è facile immaginare: frutta esotica e verdure colorate in tinte fosforescenti di chissà quale origine, ninnoli ebraici ed orientali, foulard e sciarpe, strumenti musicali e narghilè, cibi, cioccolatini e caramelle attorcigliate e appiccicose.
C’è di tutto ammassato in vendita, all’esterno di antri che sembrano tane, ed hanno meno spazio e più cose dentro che fuori.
Ci sono incensi che ardono da enormi cumuli, rendendo l’aria densa e piena come fumo e vapore.
C’è chi vende spezie che rilasciano profumi di medio oriente per metri e metri intorno, chi propone dolci arabi -quelli di tutti i colori, strafritti nel miele e con sopra noci e pistacchi tritati-, e torroncini impanati in foglie secche e petali di fiori sbriciolati.
Ci sono robivecchi e botteghe di artigiani, scure di grasso e fuliggine.
Ci sono stanzette dalle cui porte aperte si può vedere dentro.
Ci sono negozi che hanno tanta di quella roba che forse entro breve esploderanno, ingombri di cosacce buttate in disordine, strani attrezzi ed aggeggi polverosi per la cucina o per il garage, per la falegnameria e per la ferramenta e per l’igiene personale -…se così si può dire-.
Ci sono gioielli belli e fini, e bigiotteria da quattro soldi.
Alcuni vendono oggetti indescrivibili, vesti, arredi ed ornamenti rituali rispetto ai quali si intuisce siano preziosi, ed anche altri dei quali si capisce a colpo d’occhio che sono chincaglierie per i turisti: aggeggi coloratissimi e pieni di frange, tessuti cangianti e brillanti, specchietti e scritte “Gerusalemme” (grazie al cielo, almeno qui, si risparmiano di premettere: “I Love….”), disegni dei cammelli del deserto e della stella cometa, Presepi e stelle di David, a sei punte.
In molti tratti i palazzi, vicinissimi tra loro, che stringono i vicoli a destra e a sinistra, si chiudono a formare lunghi cunicoli. In altri l’altezza delle case o i tendoni delle botteghe fanno si che sia oscurata quasi completamente la vista del cielo.
C’è una quantità enorme di gente che affolla le strette stradine. Moltissimi stranieri. Tanti parlano italiano.
Man mano però che ci spostiamo verso Occidente, le vie si fanno più larghe ed ariose ed il mercato perde il connotato turistico che aveva anche solo una trentina di metri prima, assumendo sempre più i tratti di un vero mercato arabo di cibi -frutta e verdura quasi “normali”, pane, pesce- e poche cose per la casa, che sembrano vecchissime.
Gli stranieri lasciano il posto alle persone di qui.
Ci sono carretti di legno sgangherati con sopra uno o due tipi di frutta, o pieni di agrumi dalla buccia brillante che va dal giallo all’arancio e lucidissimi melograni, che vengono serviti spremuti in bicchieroni di plastica trasparente.
C’è un enorme carrello stracarico di fragole. Ne ha una montagna accatastate ordinatamente una sull’altra in una pila alta fin sopra la testa, rosse come il fuoco.
Ci sono facce grigie e barbe di due giorni, e sguardi torvi via via che ci avviciniamo alla Porta Occidentale. La Porta di Damasco.
Fuori dalle mura, si apre di fronte a noi il quartiere arabo.
Le donne son tutte velate.
È sporchissimo e trascurato.

A pochi metri di distanza dalle mura prendiamo il pullman 75 per il Monte degli Ulivi: è sulla collina a nord rispetto a quella su cui sorge la città vecchia.
L’autista fuma al volante.
Scendiamo dopo sette o otto fermate.
Attraversiamo a piedi il quartiere per poche centinaia di metri fino all’inizio di una discesa.
Siamo in breve alla Cappella dell’Ascensione: un piccolissimo edificio circolare al centro di un cortile di ghiaia, protetto da mura alte il doppio di una persona.
Paghiamo per entrare, ed il custode all’ingresso è l’unica persona nel nostro raggio visivo.
Dentro non c’è nessuno.
Questo è conosciuto come il luogo dal quale Gesù ascese al Cielo. Dalla terra emerge una lastra di roccia bianca e levigata, protetta dal calpestìo per mezzo di un cordolo rosso. La roccia è incavata in una forma che ricorda un piede: dovrebbe essere l’ultima impronta del Signore, impressa sulla terra.
La cappellina è intima, solitaria, isolata.
Come piace a noi.
Nel silenzio del piccolo edificio, una piccola candelina. E con la nostra diventano due. Solo un piccione che tuba, e la nostra preghiera.
Non ci sono frati. Né timbri.
Sono quasi le due.

Gesù il Nazareno, come è noto, venne alla città già allora Santa a concludere la propria vicenda umana e terrena.
È nei pressi della tomba del Re Salomone che celebrò, nel giorno della Pasqua, l’Ultima Cena. Subito dopo, si recò con i discepoli al Getsèmani: mentre pregava, i suoi Apostoli, pur chiamati a vegliare, si addormentarono. Lui intanto, a pochi passi ma solo, forse per la paura e senz’altro per l’inimmaginabile angoscia per ciò che di lì a poco si sarebbe compiuto, sudava sangue.
Stava per essere immolato, per la bramosa brutalità degli uomini. E perché si compisse la Profezia.
Chiese al Padre di allontanare da lui quel terribile sacrificio, pur sapendo però che esso si sarebbe dovuto, comunque, compiere. Perché quella era la sua chiamata. Quella era la sua Missione.
È in questo piccolissimo francobollo sulla superficie terrestre che si consumò la Tragedia e si realizzò la Promessa. Qui avvenne la Passione, la Condanna, la Crocifissione, la Morte e la Resurrezione del Cristo.
Ed è qui, esattamente nel luogo nel quale ci troviamo, che iniziò, di fatto, questa serie di eventi, così drammatica ma, in ultima analisi, così formidabilmente catartica.

I secoli hanno risparmiato niente più che una manciata (non saranno più di una decina) degli Ulivi dell’Orto del Getsèmani. Sono ormai millenari.
Silenziosi guardiani di ciò che accadde in quel giorno. Ultimi, sacri testimoni del compimento delle Promesse.
Intorno a loro si è costruito un recinto, ed una Basilica, che a tutt’oggi ne custodisce il segreto.
È la Basilica dell’Agonia di Gesù. È un convento francescano.
Entriamo, nel silenzio.
Subito, ci pervade un grande senso di pace. Di fine, di arrivo.
Abbiamo trovato il nostro Santuario.
Ho già avuto modo di provare a testimoniare quanto il cuore e l’anima di un pellegrino, nei lunghi giorni e km che lo separano dal Santuario verso il quale è diretto, si riempia di pensieri, di aspettative, di emozioni, di preghiere.
E di come queste, all’arrivo al soglio del Santo, scoppino e scivolino via, come una bottiglia di vino frizzante alla quale sia tolto, finalmente, il tappo.
È la catarsi. La liberazione. La quiete, finalmente.

Percepiamo in un attimo, e con assoluta certezza, che è questo il Luogo.
Non l’avevamo minimamente immaginato, fino al momento in cui ce ne siamo rese conto, entrambe, nello stesso istante e nello stesso, stessissimo modo. Con la stessa, lucida, stupefatta sicurezza.
Nella grande Basilica c’è un gran silenzio.
Senso di quiete, di riposo.
Il frate che ci mette il timbro ci dà anche alcuni ramoscelli tagliati dalle fronde degli anziani Ulivi del giardino, e li benedice. Il regalo più importante da riportare a casa.
Dalle ampie vetrate colorate filtra una flebile luce bluastra e violacea.
L’aria è tiepida ed il tempo sembra immobile.
Ci avviamo, con calma e lentezza, come a dar peso ad ogni istante di queste utime righe che stiamo scrivendo, verso uno dei pochi banchi sistemati nella navata centrale.
Ci sediamo una accanto all’altra, senza una parola.
Io leggo qualche riga della nostra guida. Silvia prende un paio di minuti per sé.
Siamo, finalmente, arrivate.

Qui si poggia la penna del Viaggiatore.
Qui si scrive l’ultima firma sulla nostra Credenziale.
Qui, si chiudono i nostri passaporti da Pellegrine.
Siamo, finalmente, arrivate.

Qui le nostre ruote smettono di girare ed i nostri contakm di contare.
Qui si ferma il piede di noi due viandanti, per le strade dell’Italia prima e della Terra Santa poi.
Questo è il Santuario nel quale lasciamo cadere il nostro bordone ed il nostro mantello, e chiediamo la nostra Grazia.
Siamo, finalmente, arrivate.

Quasi millecinquecento km a pedali, ventisei giorni in totale per un viaggio iniziato il primo agosto a Roma, da casa, e finito oggi, a Gerusalemme, nella Basilica dell’Agonia del Signore.
Nove storie di Donne raccolte, a formare un mosaico che tratteggia un’identità femminile nella quale ci vediamo riflesse e che va oltre -speriamo- il senso comune o le banalizzazioni, o ancora le vesti svilenti nelle quali talora siamo infilate.
Abbiamo parlato poco di loro, di questa ricerca e di dove ci ha portato, lasciando che siano le loro stesse storie, raccolte nelle nostre cronache, a parlare di sé.
Ma abbiamo molto da dire, e magari troveremo il modo di farlo. O, forse, “ci sarà dato il modo”, di farlo…

Oggi, a caldo, ci fermiamo semplicemente a guardare la straordinaria esperienza che ci è stato dato di vivere, a ringraziare chi l’ha resa possibile, quaggiù o lassù.
E, soprattutto a ripetere con insistenza, che un mondo migliore è possibile.
Che crediamo negli Uomini e crediamo nelle Donne, e nella straordinaria forza creativa e costruttiva che ci hanno dimostrato, sempre e comunque, senza che mai questa fiducia sia stata messa in discussione.
Che crediamo, da Pellegrine, che chi si mette nelle mani del Signore, non resta deluso.
Che crediamo che valga sempre la pena di rischiare e di mettersi in gioco, nella certezza che c’è chi si preoccupa per noi e sa, in ogni caso, cosa sta facendo.
E che crediamo che Egli, qualunque faccia abbia, o comunque lo si chiami, se parla la nostra lingua, sia anche il nostro Dio.

Che crediamo, in ultima istanza, nella Salvezza, compiuta nella Resurrezione del Cristo.U

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31 Dicembre – Giorno 7 – GERUSALEMME/BETLEMME/GERUSALEMME

Al risveglio, dopo le docce, Gianna ci aspetta al tavolino di vetro, già apparecchiato con le tre tovagliette per la colazione.
La moka è pronta ed è il profumo di caffè che mi tira per il naso fino alla cucina.
Siamo in strada alle 9:30. È una giornata velata di foschia ma la temperatura è decisamente mite.
Ci mettiamo a pedali seguendo le indicazioni che ci ha dato Gianna: abbiamo deciso che raggiungeremo Betlemme in bicicletta. Non è lontana da qui: una decina di km al massimo, praticamente adiacente alla città, ma si trova al di là del Muro che divide Israele dai Territori Palestinesi.
C’è una salita, seguita da una breve discesa. Siamo al Check Point in una mezz’ora.
Ci sono sbarre e soldati. Nessuno in fila, prima di noi.
Ci presentiamo dirette alla sentinella. Ci scruta, ci chiede i passaporti, ci lascia andare senza troppe domande.
Il muro è alto, grigio ed inquietante. Incombe, dall’alto dei suoi otto metri incoronati di filo spinato, come un nulla soffocante che risucchia ed inghiotte pensieri e sentimenti.
Sul lato palestinese però, quel nulla è affrontato con la potenza creativa e l’aspirazione alla vita. Ed allora ecco che il grande sfondo grigio diventa una tavolozza sulla quale decine di graffiti, scritte e disegni combattono col colore l’annichilimento che il muro prova a generare.

Il muro affonda le fondamenta nella terra come un’iniezione letale.
Ma le radici del disprezzo qui si prova ad estirparle con la bomboletta spray: sul versante di Betlemme i Writer (gli artisti -chi più chi meno- che dipingono sui muri delle città) hanno conquistato il vuoto del cemento si, è vero, raccontando la rabbia ed il dolore, il malcontento ed il bisogno di resistere, ma anche e soprattutto dando voce alla voglia di pace, alla ricerca del dialogo, alla volontà di mettere insieme i pezzi di un vaso che è andato in polvere e frantumi.
Uno su tutti: una colomba con addosso un giubbotto antiproietttile. Nel becco l’ulivo, sul cuore un bersaglio.

Mi verrebbe da pensare che sia quasi più adatto a questo che a quello di Gerusalemme l’appellativo di “Muro del Pianto”: se non altro, per il manto che esso impone sull’anima di chi si ritrova sotto la sua ombra. Senso di vuoto, e di cupa angoscia.
Betlemme piange sangue. È una terra ferita, lacerata, violentata.
Il luogo che dovrebbe essere il più lieto di tutti, che rappresenta -per i Cristiani- la realizzazione delle Promesse, la Nascita, la Buona Novella, l’inizio del Tempo della Grazia, è invece il luogo più triste, tra quelli visitati in Terra Santa.
E tutto stride, perché Betlemme non è triste, in effetti: nella piazza centrale, di fronte alla Chiesa della Natività, c’è un gigantesco albero di Natale strapieno di enormi palle rosse. Non ne avevamo ancora visti così finora. Solo a Nazareth c’era un bell’Albero, alto e pieno, ma meno di questo.
E c’è tanta gente al mercato, che però non è profumato, colorato e pieno di gente ciarliera e turisti affascinati col naso all’insù, come a Gerusalemme. È un mercato più trasandato, di cose mediamente abbastanza scadenti, in generale non belle, né da guardare né da acquistare.
E le strade sono dissestate, e ci sono calcinacci un po’ dappertutto e tanti edifici crollati e mai ricostruiti, o rovinati e mai ristrutturati.
C’è disordine ed erbacce, e sporcizia per terra.
Ci sono spiazzi dove forse sarebbe potuta sorgere una qualche costruzione che non è mai stata realizzata. Nella salita verso il centro accarezziamo il fianco della collina. Molti palazzi mancano e, come attraverso il buco di un sorriso sdentato si vede, oltre, il versante di fronte a noi: edifici chiari, come tantissimi parallelepipedi irregolari aggrappati in disordine l’uno all’altro ed alla terra scoscesa su cui sono stati eretti. Sembrano brulicare come un alveare.
Mentre saliamo verso il centro città mi cade l’occhio sull’insegna che sporge sopra un portoncino: indica una cooperativa di donne che producono olio. Un altro modo di resistere, mi dico. Di costruire, contro la distruzione. Di operare, di ricucire, di inventare un mondo diverso e, contro il comune pensare, possibile.
Credo sia un po’ anche questo il portato dell’essere Donna e dell’Identità Femminile che le Donne di questo viaggio ci hanno insegnato. Uno dei tanti tesori svelati nel nostro peregrinare, così lungo e pieno.

Il primo luogo che raggiungiamo è la piazza della Natività.
Una cioccolata calda per rinfrancarci.
Le casse amplificate del bar dove ci sediamo spruzzano nell’aria a ripetizione le note di “Merry Christmas (War is over)” e “Jingle Bells”: un loop. L’atmosfera è surreale, tra il caldo al quale non siamo abituate (nel nostro immaginario, Natale chiama Neve), e tanti arabi ed ebrei, e poveri misti a ricchi, turisti paciosi e paciocchi e tutt’intorno bimbi e ragazzini che giocano anche con niente, nella piazza gremita, e si illuminano di meraviglia nel far suonare i campanelli scemi delle nostre biciclette. Ne recupero di corsa uno che si è portato via il faro di Silvia…
Pur sapendo che è tardi, proviamo a contattare una signora palestinese di cui ci aveva parlato Cami. Quello che ci colpisce è che ci chiede, spiegando bene il problema, se siamo interessate a vederla… “No, ma siete sicure? Perché io sono Palestinese!”. Come se fosse affetta da una malattia grave.
A noi invece sarebbe piaciuto moltissimo parlarle: è responsabile di una associazione che promuove il dialogo tra donne Israeliane e Palestinesi. Purtroppo oggi è ad un convegno a Gerusalemme.
“Se volete, si può fare stasera. Facciamo una festa per il Capodanno!”. Noi però stasera saremo già di ritorno dall’altro lato della barricata…

Ci mettiamo nella lunga fila alla Basilica della Natività con tanti altri per scendere nelle grotte, dove un altare ricorda, con una stella d’argento a quattordici punte incastonata per terra sulla pietra chiara, l’arrivo della Cometa.
Di fronte, un bambinello di porcellana giace nella mangiatoia.
È un posto piccolo e claustrofobico, pieno di gente e di lampade ad olio, che hanno annerito tutto il basso soffitto.
Poco tempo per vedere, dire una preghiera e veniamo invitate dagli incorruttibili sacerdoti ortodossi, custodi della Basilica, a rientrare nel flusso dei visitatori in uscita.
Siamo fuori tre quarti d’ora dopo essere entrate.
Inspiegabilmente, pervase da un senso di leggerezza e felicità. Non è un sentimento che mi è familiare.

È quasi l’una. Alle due abbiamo appuntamento con un inviato della Rai, Giovanni, che vorrebbe intervistarci.
Ci prendiamo l’oretta rimasta per fare due passi tra i vicoli del mercato e mangiare. Stavolta scegliamo bene: fuori da un minuscolo ristorante una mangiatoia di ferro piena di braci ardenti cuoce spiedini di pecora. Kebab. Ci facciamo imbottire due meravigliose focacce con quell’ottima carne, pomodori e qualche intruglio magico di composizione ignota. Buonissimi.
All’arrivo del giornalista rifacciamo il passaggio alla Chiesa della Natività: per fortuna il nostro tempo per visitarla per bene l’avevamo già avuto. Il ruolo da star proprio non ci si addice, ed il mito di questo posto sacro decisamente si rompe, nonostante Giovanni sia estremamente carino nei modi e rispettoso nei nostri confronti.
Torniamo nella grotta, ma facciamo il giro al contrario e siamo dentro in cinque minuti. Ripetiamo gesti già fatti. Non siamo esattamente a nostro agio sotto i riflettori, sebbene siamo comunque grate per l’interesse verso la nostra impresa ed i complimenti che i giornalisti ci rivolgono. Pensiamo anche che sarà, se non altro e senz’altro, un bel ricordo di questi giorni e di questa straordinaria esperienza.
Facciamo poi una breve intervista proprio sotto il grande albero di Natale.
Nei pressi, si affaccia un importante orfanotrofio. Bande di bambini come sciami giocano allegri e spensierati in giro per tutta la piazza, ma la telecamera ha un potere magnetico fortissimo. Arrivano subito, in tanti. Dobbiamo trattare con una certa decisione ed una discreta fermezza per dissuaderli dalla determinazione insistente e po’ lamentosa con cui cercano di intenerirci per ottenere di fare un giro sulle nostre bici.

Ci teniamo poi ad andare alla Chiesa del Latte, che Giovanni stesso ci aveva consigliato di visitare.
La leggenda narra che a Maria, nell’allattare Gesù bambino, sia caduta una goccia di latte proprio in quel luogo, e la roccia da rossa sia mutata miracolosamente in bianca.
Oggi è un Santuario nel quale si prega per la protezione delle puerpere, per la fertilità delle donne, per la maternità in genere.
Anche questa circostanza, che faccio fatica a considerare una pura e semplice coincidenza, capita sia per me che per Silvia (ancora una volta ognuna per la propria parte e per ragioni diverse) in un momento della nostra vita molto molto particolare, in cui la maternità è un tema importante e delicatissimo, e molto molto vicino al centro delle nostre vite.
Non è una mèta particolarmente gettonata: in una via defilata, fuori dal flusso dei visitatori a passeggio. Non è nella nostra guida. Ci siamo capitate praticamente per caso, solo grazie a Giovanni.
È vuota. Tutta per noi.
Entriamo, ma la telecamera deve restare fuori perché non era stata preventivamente richiesta l’autorizzazione: la cosa decisamente ci solleva. Finalmente un posto intimo, silenzioso, lontano dalla calca. Ci fa piacere potercelo vivere da sole, con calma, nel silenzio. E poi avevamo proprio bisogno, in questo luogo, di pregare.
Ci raccogliamo, ed abbiamo modo di arrivare molto in fondo.
Dopo pochi minuti però un potente faro sparafleshato dalle nostre spalle fa le nostre ombre improvvisamente nere come il buio più fosco, e ci avverte che Giovanni ha evidentemente vinto le resistenze del frate di guardia. Concludiamo rapidamente ed usciamo.
Approfittiamo un po’ della delicatezza e del rispetto con cui Giovanni si è inserito nelle poche ore che avevamo a disposizione qui a Betlemme: vorremmo fare un giro veloce per qualche ricordo da riportare a casa. Ci prendiamo una ventina di minuti.
Al nostro arrivo, di ritorno alla piazza, lui ed il suo operatore ci aspettano con il grande SUV già in moto e l’operatore che sporge in piedi dal tettino aperto, pronti a scortarci fino al Muro, per le ultime riprese.
Sono quasi le cinque ed inizia un imbrunire che sembra non finire mai. Le strade si ammantano lentamente della notte mentre le lucine pian piano si accendono sui saliscendi delle colline della città. Sembra di essere caduti in una palla di vetro, o in un dipinto di strada, come Mary Poppins: noi in un Presepe, di quelli con le montagne e le stelle, i pastori con gli agnelli sul collo ed i cammelli, la neve e le palme, le case basse e la grotta. Di quelli illuminati, con timer che riproducono, nel tempo di pochi respiri, il ciclo di un’intera giornata dall’alba alla notte.
Ci godiamo fino in fondo alle ossa, lentamente, gli ultimi metri di pedalata in questo lato del mondo: il buio che scende, la città che si accende, il panorama dall’alto della collina fino all’orizzonte, la Jeep dietro che ci fa da scorta e poi davanti ad aprire la pista. Un po’ chiacchieriamo ed un po’ ci perdiamo in mille pensieri, o ci facciamo abbindolare dalle luminarie e dai negozi, ed ancora dallo stridore di questo posto, che ci è entrato sotto la pelle.
Ultime foto. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento a domani mattina: Giovanni non ci sarà ma manderà qualcuno perché desidera avere anche immagini di Gerusalemme.

Nel varcare nuovamente il muro, un piccolo gradino fa sobbalzare le bici.
Quell’istante, ed i pochi metri di nuovo a tu per tu con le sentinelle di guardia, ci mettono la pelle d’oca. Brividi così forse solo in un’altra occasione, o anzi due, li abbiamo avuti. Entrambe lungo la Via Francigena del Nord.
Viviamo questo passaggio incapaci di dirci nulla, ma con nell’animo la stessa, fortissima sensazione: ancora una volta, non era quella che avevamo scelto e cercato, la nostra meta.
Non siamo state chiamate alla Santa Gerusalemme, come molti, o come abbiamo creduto fino ad ora.
Non al Sacro Sepolcro, come avevamo pianificato.
Era questa, forse, la nostra meta.
Ancora una volta, non quella che avevamo deciso -o pensato di decidere- noi; non come l’avevamo immaginata.
Non l’ingresso solenne a Gerusalemme, ma il passaggio, in una giornata uggiosa, attraverso il check-point ed il varco di una inquietante barriera grigia fra due popoli.
A Gerusalemme siamo arrivate in pullman.
A Betlemme siamo entrate in bicicletta.
Gerusalemme è una città fantastica, ed a noi è sembrata, per quello che abbiamo potuto vedere, abbastanza ricca o benestante.
Betlemme è una città piccola. Umile.
Ultima, forse.
Una città non in guerra ma, di fatto, di guerra. Divisa, ferita.
Vive in un conflitto eterno al quale non sembra esserci soluzione, almeno politica.
Si spera in una soluzione sociale. Si spera nella cultura.
Si spera nell’Uomo.
Si spera nelle Donne.
Si spera nell’Educazione.
Nell’Educazione alla Pace.

Beati gli operatori di pace.
La settima Beatitudine è un pilastro che sta prepotentemente riempiendo i miei pensieri e tirandomi con insistenza per la gonnella, già da alcuni mesi. È un tema incredibilmente ricorrente, nella mia testa, negli ultimi tempi. Anche questa la ritengo una non-coincidenza: dovevo arrivare qui. Ma, questo, afferisce alla sola mia vita e non già al pellegrinaggio di D2, e terrò il capitolo delle lunghe riflessioni che ho fatto in proposito in questi giorni fuori da questi racconti.
Le riporto però perché a questa cronaca appartiene invece la considerazione sul fatto che ritengo -riteniamo- ci sia una Provvidenza che ti porta, che tu lo voglia o no, per monti e valli, fino a un “laggiù” che tu non sai prevedere. Che ti dice qualcosa, che ti apre delle opportunità.
Di questo, siamo sicure entrambe, e ne siamo ogni giro di pedali più certe.
Ne avevamo già parlato e scritto nella prima parte del viaggio, in Italia.
Ora il cerchio si stringe e va a chiudersi, in qualche modo, man mano che la mèta si fa più vicina.

C’è il mare, e c’è una barca. Ed ognuno di noi può scegliere se salirci a bordo e sfidare i flutti, per raggiungere l’altro lato del lago. Potremmo non farlo. Perché rischiare? E’ da stupidi… E’ da stupidi?…
Potremmo rimanercene tranquilli a casa nostra, e nessuno ci direbbe niente per questo.
Ma, se si ha il coraggio di scegliere di imbarcarsi, se ci si assume il rischio e ci si affida con animo sincero e testa pronta (con intelligenza e saggezza però, non con leggerezza, come gli stolti) si può star certi che si arriverà.
Dove? Noi abbiamo scoperto che non una volta abbiamo raggiunto il porto che avevamo visto, individuato e puntato al momento del sogno e del progetto.
Ma, in ogni viaggio, siamo arrivate molto più in là, dove non avremmo mai potuto immaginare, neanche se avessimo studiato le carte e pianificato il sentiero metro per metro, istante per istante, imprevisto per imprevisto.
Gerusalemme era l’approdo designato.
Il progetto parla chiaro: “D2_daromaagerusaleme”.
Singolare: in ebraico, “Daroma” significa “Verso il Sud”… E noi siamo finite al sud…. Betlemme è sotto Gerusalemme.
Gerusalemme incarna il mistero più profondo, la morte, e la resurrezione. Il senso finale, l’aspetto più sconvolgente, per quel che mi riguarda, della nostra Fede.
Betlemme è il momento più lieto, quello della nascita. L’incarnazione che annuncia la Salvezza.
Gerusalemme è immensa. In tutti i sensi.
È tanto. Forse troppo.
Betlemme è più piccola, più umile. Più a portata, forse.
Gesù bambino.
Cristo e la sua morte, e la sua resurrezione.
Forse non eravamo pronte per Gerusalemme. O, almeno, io.
Era altrove che il Signore ci voleva fare arrivare.
Era qui che ci aspettava.
Negli occhi verde acqua e nelle pelli scure dei bambini, come sciami di mosche a far suonare i campanelli delle nostre bici, nelle donne velate, nelle macerie dei palazzi e nei cumuli di spazzatura ammassati per strada.
Nella chiesa, vuota, del Latte.
Nel Muro, nella guerra, e nella pace.

Lasciato alle spalle il check point non c’è più tempo per elucubrare: alle 17:45 Radio Uno ci chiamerà dall’Italia per un’intervista in diretta.
Ce ne scappiamo di corsa, alla ricerca di un posto dove stare tranquille: si materializza all’improvviso, nel buio nel bel mezzo del nulla, un autogrill. Entriamo e ci sediamo, giusto in tempo prima che squilli il cellulare. Tocca a me, e poi a Silvia. Non so bene cosa riusciamo a rispondere alle domande, mentre intorno il barista fa il caffè, il vicino di tavolo sfoglia il quotidiano e la radio in sottofondo trasmette musiche orientaleggianti…
Alla fine, come al solito bene o male ce la caviamo.
Nel frattempo, risvegliate dal sogno della strana ed intensa giornata appena trascorsa, riemergiamo alla realtà…

Stasera è Capodanno!!
Da tre giorni ragioniamo sul da farsi: Gerusalemme o Betlemme? Betlemme o Gerusalemme? Gerusalemme? Betlemme?… Dubbio amletico.
A Betlemme si starebbe in albergo, e c’è il cenone.
Ma ci hanno detto che lì è un po’ desolante, che non c’è vita, che non c’è niente la sera.
A Gerusalemme si sta da Gianna, e sembra ci sia più gente in giro, la notte.
Ieri sera finalmente abbiamo sciolto la prognosi, e deciso per Gerusalemme, pur non avendo idea di cosa offra la città a due stanche viandanti…
Dopo l’intervista proviamo allora a fare un salto all’Ufficio Informazioni per sapere se per caso sia prevista qualche festa o ci sia una qualche parte dove possiamo trovare qualcuno che almeno si faccia gli auguri!!
Niente. L’Ufficio è ormai chiuso.
Capiamo comunque, chiedendo in giro, che ci sono poche speranze: “Qui non si festeggia il Capodanno! Se volete, vi conviene andare a Betlemme: se c’è qualcosa, è lì, perché ci sono più Cristiani!”
Che fregatura. Vabbè, ormai abbiamo scelto così.
Torniamo da Gianna, giusto per un saluto, per raccontarle la nostra giornata, lasciare le bici e riuscire. Tanto vale restare in zona: non vale la pena di arrivare fino al centro, che a piedi dista una mezz’ora.
In realtà, peraltro, non è che alla fine sia una grande questione quella del Capodanno, in effetti… Non ci strappiamo i capelli, ecco!

La via sotto casa di Gianna è piena di locali, ristoranti, pub, bar aperti anche la notte.
Alcuni sono addobbati per segnalare ai turisti che, qualora fossero interessati a festeggiare, potrebbero trovare qualcosa…
E così….
La cena la scegliamo con i palloncini: festoni di cuori rossi legati fuori per strada.
Ed il dopo cena pure. Sempre cuori rossi.
Ristorante greco a Gerusalemme.
Menù fisso, ci portano di tutto e di più. Noi, da par nostro, siamo stanchissime.
Una band in mezzo al locale stracolmo suona una musica che ero convinta fosse araba!
A mezza notte il conteggio è fulminante: TreDueUno eeeee!!! Lanciano petali di rosa. Tutto qui. Brindiamo col vino rosso, ci facciamo gli auguri di corsa e già ci dobbiamo togliere di mezzo che i camerieri hanno ripreso a servire ai tavoli.
Ovviamente non ci basta.
Le bollicine ad un bistrot dall’altro lato della strada.
Dietro Silvia, uno coi capelli a mongolfiera RicciRastaFari che sembra il nostro amico capellonissimo Diego ha la Kippah scoppiata al contrario tipo un ombrello rovesciato dalla tempesta. È buffissimo!
Parliamo di tante cose.
Siamo a casa alle due e mezza.
Le sacche le faremo domani.
Siamo nel duemilaquattordici, pare.
È stata una lunga giornata….

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Intervista oggi alla radio

OGGI saremo in onda all’interno della Rubrica “Orizzonti Cristiani” (dalle 17:30), sul canale 105 FM di Radio Vaticana. Si può ascoltare anche sul CANALE 882 ALLA TV!!

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Interviste Radio

Siamo andate in onda

 

LA NOTTE DI RADIO UNO – 25 Dicembre –  (dal minuto 1 a 11)

http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-2091bcfb-ba46-4bb7-97ba-1b56852b2b94.html#

 

ALLARGARE GLI ORIZZONTI – Radio Vaticana – 26 Dicembre (dal minuto 1 a 13)

http://it.radiovaticana.va/news/2013/12/23/allargare_gli_orizzonti_-_26.12.13/orc-758215

 

BAOBAB – Radio 1 – 31 Dicembre (dal minuto 01:01:00 a 01:07:00)

http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-5b2aa366-ebe1-471b-9111-db62c4a33a39.html#

 

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30 Dicembre – Giorno 6 – GERUSALEMME

C’era una donna.
E c’era un ragazzo ad un banco per strada. Un bellissimo ragazzo. Lei gli affidava un lavoro, che avrebbe però dovuto seguire di tanto in tanto, e si allontanava.
E andava in giro per le strade del centro di una città caotica e frenetica. Una città come Roma.
Poi iniziava a galleggiare nell’aria. Più in alto, più in basso, e a mezza altezza.
All’inizio non aveva il controllo di questa strana cosa, ma si lasciava trasportare, incuriosita.
Poi capiva l’antifona ed imparò come gestirla.
C’era un gran traffico, sotto di lei. Un gran rumore, e caos.
Decise allora di salire un po’ più su, fino al fitto soffitto di nuvole grigie che la sovrastavano. Era morbido, come una spuma asciutta e densa.
Se ne stava lì, tra il sopra ed il sotto. E ad un certo punto decise di attraversarla. E fu come essere risucchiati da un imbuto stretto e morbido. Archetipo della nascita, forse.
Stava bene dall’altro lato, e c’era il sole. E c’era una gran pace. Si poteva stare sdraiati e riposare, nel silenzio, su quel letto soffice e sconfinato.
Ma giù, nel trambusto della città rumorosa ed uggiosa, c’era quel bellissimo uomo, ed il lavoro che gli aveva affidato e per il quale, forse, la stava aspettando.
E c’era un fortissimo ed inspiegabile senso di unione, che li aveva legati sin dal primissimo istante.
Decideva di farsi risucchiare, di nuovo, ed attraversava verso il basso la cortina di nuvole…
…Ed è suonata la sveglia.
Già le 7.00, arrivate troppo presto.

7.15 in doccia. Fredda per via di un disguido con i pannelli solari.
Colazione con Gianna e via per strada alla volta della Città Vecchia.
Oggi si gira a piedi.
Entriamo dalla Porta di Giaffa.
Alla conclusione del Cammino, quando si giunge finalmente alla meta del pellegrinaggio, faticata e sofferta, la Chiesa concede al pellegrino la remissione per i propri peccati, nella forma di una pergamena, detta “Testimonium” a Roma e qui a Gerusalemme, e “Compostela” a Santiago, che attesta anche il che il fedele ha compiuto effettivamente quel pellegrinaggio.
A Santiago richiedono che si dimostri che si è camminato per almeno 100 km oppure pedalato o cavalcato per almeno trecento. Lo si fa mostrando i timbri raccolti sulla Credenziale del Pellegrino.
Qui, e così a Roma, non richiedono niente.
A coloro che arrivano con un viaggio organizzato basta pagare. A noi lo danno gratis. La Credenziale ritengo neppure sappiano cosa sia.
Ritiriamo il Testimonium all’Ufficio per i pellegrini cristiani. Ci stampano sopra i nostri nomi e la data, in caratteri arzigogolati.
Per prova, lo chiediamo anche all’Ufficio Informazioni: ne hanno dati talmente tanti in questi giorni che gli è rimasto solo in francese. Il nome ce lo possiamo scrivere da sole.
Ci manca solo che fuori ci sia un figurante vestito da Gesù per fare le foto mettendo in bella mostra il diploma da buon pellegrino e saremmo all’en plein.

Il primo luogo che visitiamo è la Tomba di Davide. Il Re dei Re. Si trova appena fuori dalle mura, verso oriente. Alla Porta di Sion.
Nella stessa struttura, al secondo piano, si trova la Stanza del Cenacolo. “The Last Supper”. L’ultima cena.
Ci sono quasi solo ebrei. Alla Tomba di Re Davide si prega. Gli uomini a destra, le donne a sinistra. Lunghi canti gridati e lamenti, simili a pianti.
Saliamo la scala esterna che porta al piano superiore, dopo non poche difficoltà per riuscire a trovare qualcuno che sappia dirci dove cercare, nonostante lo stabile sia tutt’altro che dispersivo.
All’ingresso mi esplode in faccia una forza potente, come un incendio chiuso dietro ad una porta che si spalanca di botto, sprigionando un’improvvisa onda d’urto di lingue di fuoco e calore.
Mi scoppiano le lacrime agli occhi. Tante, incomprensibili ed incontenibili.
Accanto a noi un gruppo di filippini è raccolto attorno ad un santone che, imponendo con forza i pollici sulle fronti di alcuni, li manda in trance facendoli crollare tra le braccia di altri, pronti dietro le loro spalle a raccoglierli e ad adagiarli per terra.
Restiamo un pochino nella stanza spoglia, priva di arredi, fra i Filippini con il loro santone e flussi di gente che entra da una porta ed esce da quella di fronte, su un balcone, bene che vada essendosi appena guardata distrattamente intorno.
Usciamo dall’edificio e rientriamo nella corrente di visitatori che attraversa la stessa porta dalla quale eravamo uscite, poco prima. E siamo di nuovo all’interno delle mura.

Raggiungiamo in breve l’ingresso al Muro del Pianto.
Per accedere al grande spiazzo gremito di persone si deve passare per i controlli ed i metal detector, come accade nei varchi d’ingresso ai luoghi ove si trovino obiettivi sensibili.
Molti soldati con i mitra sono sparpagliati ovunque, con sguardi seri ed attenti ad ogni mossa possa risultare anche vagamente sospetta.
La zona più vicina al muro è divisa in due parti da una parete di legno più alta di una persona, perpendicolare al muro per una trentina di metri. Le donne pregano a destra, gli uomini a sinistra.
Siamo noi a chiamarlo comunemente “Muro del Pianto”. Più corretto e rispettoso è “Muro Occidentale”, per la sua posizione nella Città Vecchia. Frequentemente viene detto anche “Kotel”. Esso è ciò che resta dell’antico tempio di Salomone -il Tempio di Gerusalemme- che custodiva l’Arca dell’Alleanza, ed è il luogo più sacro per gli Ebrei.
A parte la zona proprio di fronte al Muro, dove molti sono assiepati e pregano, con le teste chine e le mani poggiate sulla massiccia parete, a volte intonando melodie tristi e dondolando ritmicamente, nel resto della zona considerata sacra non c’è aria cupa o triste, anzi.
Oggi ci sono tre feste.
Tre fanciulli e le loro famiglie celebrano il Bar Mitzvah, la maggiore età. I tredici anni.
Dalla parte maschile gli uomini, accanto al proprio ragazzo, danzano in cerchi concentrici che si allargano e si stringono attorno a lui, e cantano.
Tutti portano sul capo la Kippah, alcuni il Teffilin. Sono oggetti rituali, per la preghiera.
Le donne, arrampicate su sedie di plastica per potersi affacciare sull’altro lato, si aggiungono ai cori, e tirano al di là del divisorio caramelle mou con le carte di tutti i colori.
Anche noi preghiamo. Ed incastriamo nel muro, assieme a migliaia di altri, il biglietto cui è affidato il nostro pensiero. (Anzi, Silvia lo incastra senza problemi. Per il mio non c’è verso, e alla fine lo lascio per terra dov’è.)

Uscite dal varco dei controlli, ci intrufoliamo nelle strette vie chiare del quartiere ebraico. C’è il mercato.
C’è tantissima gente nei vicoli lastricati, quasi tutti uguali, tra i quali è facilissimo perdersi.
Tappiamo il buco allo stomaco che abbiamo da un po’ (ma che nel frattempo si è fatto importante) con una focaccia bianca con sopra solo il cielo sa cosa ed una Pitta ripiena di cinque Felafel (facciamo appena in tempo a convincere il signore del ristorante, dalle mani unte come un carrettiere, che non desideriamo ci schiaffi dentro la salsa allo yogurt o al sesamo, né alcuna delle 56 insalate e verdure miste che espone, e nemmeno quella che all’apparenza sembra maionese…), e siamo pronte alla sgomitazzata per farci strada tra la tanta gente che affolla il cuore brulicante di Gerusalemme vecchia.
Proviamo a varcare i passaggi d’ingresso alla spianata delle moschee per poter visitare la splendida Cupola della Roccia, la maestosa ed alta cupola d’oro che svetta in cima ad ogni altro edificio, sovrastando e dominando dall’alto quasi tutta la città. Si vede da quasi ogni posto, qui, tanto da essere un po’ il simbolo, nelle fotografie e cartoline, di Gerusalemme.
La tradizione vuole che la Roccia custodita dalla cupola sia il luogo dove Abramo stesse per compiere il sacrificio di Isacco, e lo stesso luogo dal quale Maometto ascese al Paradiso.
Siamo al Sancta Sanctorum. Il luogo conteso. Il Luogo Sacro per gran parte dell’Umanità.
L’ingresso è sospeso, ora si prega. I visitatori possono entrare solo dalle 12:30 alle 13:30, ma per quell’ora noi abbiamo un’appuntamento in centro. Ci aspetta Sandy.

Sandy e Gilie sono due signore sulla cinquantina, immigrate molti anni fa dall’America. O meglio, tornate, nella terra che sentono come propria casa, per fondare l’associazione che stiamo visitando: Be’ad Chaim.
Be’ad Chaim aiuta le mamme in difficoltà. Aiuta innanzitutto coloro (e qui sono, in media, molto più che da noi) che hanno concepito un figlio non per propria volontà, e che ritengono di non avere altra opportunità se non l’aborto.
Donne violentate, donne sole, donne non in grado -magari- di badare ad un altro, fra tanti figli.
“Nessuna donna -ci cice Sandy- desidera abortire. Chi lo fa è perché è convinta di non avere scelta, di non avere alternativa. Ecco, noi lavoriamo per offrire loro un’opportunità di scelta.”
Ci raccontano che è questo ciò che veramente manca ad una futura mamma che intraprende la difficile via dell’aborto.
Il loro lavoro inizia dunque già a partire dall’ascolto delle donne in gravidanza che entrano per la prima volta nell’associazione, continuando per i mesi successivi provvedendo anche ad aiuto materiale, e proseguendo poi dopo la nascita con pannolini, vestitini ed oggetti utili alle neo mamme nei primi mesi della cura dei piccoli.
L’obiettivo è non farle sentire sole.
Questo è un posto dove ci si sente a casa.
In una stanzetta sono appesi, in ordine su tutte le pareti dal pavimento al soffitto, tantissimi vestitini colorati, molti fatti a maglia direttamente da coloro che, da tutto il mondo, partecipano alla stessa causa di Be’ad Chaim donando, oltre al denaro, anche oggetti o vestiti, talvolta fatti a mano, apposta. Fatti con amore.
C’è una ragazza nello stanzino, sta scegliendo. Sembra serena. Con dolcezza Gilie ci presenta e le chiede se non la disturba se facciamo una foto, e poi usciremo.
Mi fermo a pensare che la benevolenza e la benedizione di chi concepisce o, come in questo caso, crea, un oggetto e lo dona, ci mettono sopra un grande potere di protezione. Come un talismano.
La sede dell’associazione è un luogo in cui si respira un senso di pace.
Dalle tante finestre sui tre lati dell’edificio filtra moltissima luce.
Gilie ci porta in una grande stanza, ingombra di pannolini e vestiti, ordinati e piegati dentro a grandi scatole trasparenti. In un minuscolo disimpegno è ricavato il suo ufficio: niente più che una scrivanietta con poche cose, un telefono, un vecchio computer ed una sedia. Quasi prevenendo il nostro pensiero, ci dice: ” Oh, fa niente se è piccolo, tanto non lo uso quasi mai!!”, e ci sorride con calore.
È grande ed aperto il sorriso con il quale Sandy e Gilie ci parlano, con una enorme passione e tenacia, di quella che considerano una missione, nella propria vita.
L’associazione non è legata ad alcuna religione, ma loro appartengono ad una tra le molte correnti dell’ebraismo: il Giudaismo Messianico. Hanno fatto una scelta radicale: sono ebree, ma affermano che Gesù sia il Messia, il Figlio di Dio, annunciato dall’Antico Testamento per venire ad aprire le porte del Regno.
Non deve essere una posizione facile da testimoniare. Sono quasi a metà strada tra i Cristiani e gli Ebrei ma non sono, di fatto, né l’uno né l’altro.

Decidiamo -ci basta uno sguardo- che sarà a loro che lasceremo quel “mosaico” di storie di donne raccolte nei lunghi km che, da Roma, ci hanno portato fin qui.
Nove storie, solo per la parte italiana, ma molte altre ne abbiamo collezionato in questi giorni, randagie, di ricerca ascolto ed incontro, lungo le strade della Terra Santa.
Non abbiamo però portato il mosaico con noi. Lo consegneremo domani o dopo, appena possibile.
Alla fine dell’incontro ci danno una boccina d’olio.
Ci raccontano che quello è per loro un olio benedetto, quasi taumaturgico.
E’ l’olio delle olive raccolte da un campo che hanno coltivato perché sia un luogo dove le donne che hanno vissuto un forte trauma possano andare e trovare qualche attimo di pace. Sono state spesso le donne stesse, magari dopo aver perso un figlio o dopo un aborto, a piantare quegli ulivi.
Ne chiedo due boccine. E’ un regalo che devo riportare indietro. E’ un segno molto forte.

Salutiamo Sandy e Gilly ed andiamo a mangiare. Giusto una cosetta leggera, dopo la focaccia ed i felafel…
Entriamo in un famoso mercato che assomiglia ad un nostro mercato rionale, ma in versione ebraica.
Ci sono frutta e verdura mai visti prima, carne Kosher, formaggi insospettabili e salumi inspiegabili.
Ciuffi di verdure e mazzi di tuberi fogliuti dalle forme ignote, pesci improbabili, ortaggi sconosciuti e fantasiosi dolcetti. Peltri finemente lavorati, stoffe, thè in grandi sacchi di iuta, spiedini misti e impanati di chissà cosa.
Banconi di legno immenso propongono tanto, tantissimo pane.
Molti fast -street- food: per lo più tegami giganti friggono felafel, ma ci sono anche i banchi di agrumivendoli che servono spremute di pompelmi, arancio e melograno, ci sono luoghi sudici nei quali non proviamo neanche ad affacciarci, e tavolini di fronte a banconi che espongono pietanze dall’aspetto…. Diciamo…. “Fusion”: salse e sughi con pezzi di qualcosa, e spaghettini di soia, kebab e pizza…
Ci sono gingilli e sonagli, specchietti e rasi cangianti. Odore di spezie.

Scegliamo di mangiare locale: un Kebab, oggi, non ce lo leva proprio nessuno! Non vorremo mica tornare a casa e raccontare di non averlo provato! Solo che… Non ci accontentiamo di poter dire che lo abbiamo assaggiato. No no… Noi vogliamo MANGIARLO! Eh già, “Se le cose si fanno bisogna farle bene, altrimenti è meglio non farle!” -Diceva mia nonna-.
E così… Il foglio di piada tondo che desideriamo potrebbe coprire un tavolo da dodici…
“Uno a testa, grazie!”
“Ma… Siete sicure?…Proprio sicure?? Volete quello grande? E’ questo, vedete? Altrimenti c’è quello …”Piccolo”; è la pitta (il pane arabo, quello tondo piatto e morbido), aperta, con dentro il Kebab!”
“No no, grazie, vogliamo provare la piadina. Si proprio quella (è inutile che strabuzzi gli occhi, possiamo senz’altro farcela!)! E poi, basta pane e mollica, siamo abbottate…”
“Beh… Come volete…. Cosa ci metto?”
Davanti a lui, pronte per la farcitura, le due sfoglie grandi come paracadute attendono solo comandi.
Arrotolato all’interno a formare un grosso salsicciotto ci si mette…
Insalata, pomodori con cipolla, “I cetrioli no che mi restano pesanti”. “Le melanzane fritte quelle si, giusto un paio…”
“L’uovo sodo non mi piace, però abbondi con la salsa allo yogurt, per favore!”
“Come? No grazie, l’humus no che è untuoso…” “Come? e va bene, allora ce lo metta!”
“No, niente peperoni per me che non li digerisco!” “Per me invece si, grazie!”
Ah, e la carne, non ci dimentichiamo! Quella che, come da noi, cuoce inspiedata un verticale ruotando davanti ad un pannello rovente….
“Oh, menomale che è carne di pollo che sennò magari il montone ci restava indigesto!!!”
Sono due rollè da due chili. Che sulla pancia diventeranno facile facile tre. Ripartiamo, rotolando, ed inzaccherate di salsa al sesamo fino ai capelli.

Mentre Silvia fa un salto in farmacia, io mi lascio irretire da un prete sorridente e simpatico, alto magro e con degli occhi azzurrissimi. Vuole convincermi a chiedere di provare qualunque cosa si trovi in caldo dentro ad una botticella di acciaio su un carretto fuori da un bar.
Accetto, ovviamente.
Mi viene servita, in un bicchierino da caffè (grazie al cielo, porzione mini) una specie di sbobba fluida e biancastra, che alleggerisco con farina di cocco e zuccherini. Silvia, nel frattempo tornata, non ce la fa e declina. Credo di aver capito si tratti più o meno di farina di mais, latte e zucchero, scaldati fino ad ottenere una crema fluida.
Il sacerdote è Irlandese! Proprio la verde Irlanda che amiamo tanto…
Soprattutto, si chiama Michael, come il Michele (l’Arcangelo Guerriero, il condottiero delle schiere angeliche) che abbiamo inseguito -o che ci ha seguite…- per gran parte del nostro viaggio, in Italia, lungo la Via Micaelica sul Gargano e giù fin dove finisce la Puglia.
Gli chiediamo di darci, ancora una volta, la benedizione. A noi ed alle boccine d’olio di Be’ad Chaim.

Alle 5, il Muezzin chiama i musulmani alla preghiera.
Sono le 5.
E noi siamo di nuovo nella città vecchia.
Siamo alla Porta dei Leoni. Poco più su inizia la Via Crucis, o Via Dolorosa, come è chiamata.
E’ la Via lungo la quale Gesù portò la Croce, dal luogo della condanna fino al Calvario, dove fu Crocefisso.
È la strada, nel cuore di Gerusalemme, che oggi porta alla Chiesa del Santo Sepolcro, il più Sacro tra i Luoghi Sacri.
Lungo la Via, in quattordici tappe, si ripercorrono gli ultimi atti della vita di Cristo.
Decidiamo di percorrerla pregando.
Un Padre Nostro ed un Ave Maria per ogni stazione: uno ed uno alla prima, due e due alla seconda e così via. Il Gloria per chiudere ogni stazione.
Sono tante preghiere.
Sarà un lungo tragitto.
All’inizio siamo distratte da mille cose.
E la testa vola… Ai due soldati scortesi che ci hanno risposto a male parole, alle tante persone che vanno e che vengono, ciarlando. Pausa.
A… “Chissà dov’è la prossima stazione, non si capisce… Ci fermiamo qui?…O è meglio lì, che è più tranquillo?…”
Al buio che scende ammantando le strade, ai negozi che piano piano chiudono le saracinesche di ferro, uno dopo l’altro. Pausa.
A… “Qua ci sono due stazioni di fila, dobbiamo entrare e poi riuscire…” Pausa.
Alle vie che si svuotano, e chissà se riusciremo ad arrivare in tempo alla Basilica, se non ci sbrighiamo… Pausa.
E… Ci guardiamo, ad un certo punto: “Accidenti, dobbiamo prendere un pensiero per Gianna, per l’ospitalità!!! Che ne dici di quel bel foulard ed una scatola di cioccolatini?” ” Sisi ok, va bene..”. Pausa.
Tra l’altro dobbiamo andare anche in bagno…Pausa.

…Troviamo un posto. E’ un barettino piccolo ed accogliente in un vicolo di una traversa di un vicolo defilato. Ci fermiamo, ma solo per un attimo, perché dobbiamo proseguire…
Il proprietario è a metà strada tra un ragazzo ed un signore. Ha barba e capelli brizzolati, e l’aria risoluta.
Prendiamo una spremuta di melograno, perché non è cortese entrare usare i servizi e non consumare nulla.
“Vi fermate? Prego, restate qualche minuto…”
“No grazie, la beviamo al volo. E’ tardi, dobbiamo proprio sbrigarci…”
Ci guarda, ed è come se ci guardasse dentro. E ci riprende, con aria benevola ma severa: “Perché correte? Perché avete fretta? Sedete, prendete un thè, prendetevi il vostro tempo.”
“Take-your-time.” E lo dice lentamente, scandendo le parole, con fermezza e tranquillità.
“Se non vi fermate, se non rallentate, se non lo fate qui, a Gerusalemme, quando e come?”
E’ chiaro che ha capito. E’ chiaro che è una chiamata, anche questa. Una chiamata a bruciapelo. Uno scappellotto.
Come quella volta, a Santiago… Ma quella, è un’altra storia. Basti sapere che non siamo nuove a questo genere di “fulminate”…

Riprendiamo dalla V tappa, ma stavolta siamo pronte.
E, quasi inspiegabilmente, entriamo subito in uno stato di tranquillità e di serenità molto profonde. Siamo più concentrate, più determinate, completamente presenti.
Preghiamo per ognuna delle persone care, per gli amici, per chi ce lo ha chiesto e per tutti coloro che abbiamo incontrato dall’inizio di questo pellegrinaggio: il modo che abbiamo scelto per ripercorrere la Via Crucis ce ne offre l’opportunità, e farlo dà un gran senso di pace.
Salendo le scale verso il luogo della nona stazione, una serpe per terra, morta stecchita, arricciata. In inverno ed in mezzo ad una città brulicante di persone e piena di gatti. È singolare.
Inizia a piovere. Ci ripariamo la testa con il cappuccio. Siamo ormai rimaste tra i pochi che ancora si attardano tra i vicoli sempre più deserti. Non abbiamo idea dell’ora, e non ce ne curiamo. Saranno forse le sei e mezza.

Le ultime stazioni sono dentro alla Chiesa del Santo Sepolcro.
C’è ancora la ressa degli ultimi visitatori.
Alla destra del portale saliamo delle ripide scale, fino ad una cappella custodita da frati ortodossi. Ci sono tante lanterne appese, ed icone scure, e mosaici pieni d’oro.
Ci ricaviamo a stento tra le tante persone assiepate un posticino di qua, e poi un posticino di là, e continuiamo le nostre litanie sussurrate.
Riusciamo ad arrivare alla dodicesima stazione prima che ci caccino, senza appello.
Torneremo domani o dopo.

Rientriamo a casa sotto una pioggia ormai sufficiente ad inzupparci, nonostante le giacche a vento.
Il modo forse migliore e senz’altro più piacevole per conoscersi ed imparare è consumare la stessa mensa, sedendo insieme attorno alla tavola. A cena continuiamo l’interrogatorio a Gianna sulla sua religione e cosa significhi essere Ebreo osservante, sulla Legge e sulle sue prescrizioni, sul Sabato e sul rapporto con Dio, su Gerusalemme e sul Muro del Pianto.
Dappertutto (anche alle fontanelle) oggi abbiamo visto, e qui a casa ce ne sono un paio, brocche con due manici: ci spiega che sono oggetti che servono per l’abluzione delle mani, perché ciò che è pulito e pufiricato non tocchi ciò che non lo è ancora.
Agli stipiti delle porte, in casa, sono attaccate delle bacchette di terracotta smaltata. Sono le “Mezuzah”: sono contenitori, al cui interno è inserito un rotolo di pergamena che riporta brani della Torah. Ricordo della Fuga dall’Egitto, quando l’Angelo del Signore risparmiò i primogeniti delle case di Israele, che avevano il sangue dell’agnello sulle porte.
Stasera non si mangia carne. C’è il salmone, l’avocado e le uova sode. E una buona pizza al taglio. Gianna, come ha già avuto modo di raccontarci ieri sera, rispetta la Cucina Kosher, la Cucina secondo le regole ebraiche.

Siamo a letto alle 23.30. Ci mettiamo una mezz’ora a scrivere, io il diario, Silvia foto ed aggiornamenti su facebook. Riusciamo a stento a guardare un po’ gli aggiornamenti di chi ci ha scritto, crolliamo sulla prima canzone di fine giornata, mentre la musica dal telefono continua a suonare…

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29 Dicembre – Giorno 5 – TIBERIADE/GERUSALEMME

Sveglia Colazione Sacche e partenza.

Rumia vive in una comune. 14 persone come lei e con lei hanno scelto la vita insieme, in un appartamento su tre piani che occupa una intera piccola palazzina in città.
Appartengono ad una associazione giovanile con principale obiettivo l’educazione civile e sociale dei giovani, ed il sostegno e l’aiuto sia a scuola che fuori di piccoli problematici o con difficoltà. Dror Israel, il suo nome.
Ci raccontano, lei e 3 dei suoi compagni, a lungo di loro e della propria scelta di vita, così radicale e totale. Lo fanno con il sorrso che traspare dagli occhi. Eppure, al di là della passione giovanile e di una tranquillità che deriva dall’avere alle spalle una comunità forte e solidale, c’è qualcosa che stride, e che trasuda dalle pareti. La casa è sporca e trascurata, e c’è un senso di abbandono. Umido che scrosta la vernice dalle pareti, odore di stantio, disordine e cose per terra. Pochi mobili, stoviglie sbeccate, utensili ed elettrodomestici arrugginiti. Bagni vecchi trent’anni.
Aria di mancanza, forse, di famiglia, di solidità.
Qui abitano, ci raccontano, quattordici giovanissimi donne e uomini che tra loro dividono tutto, o quasi, inclusa la palazzina di tre piani nella quale ci troviamo. Hanno tra i diciotto ed i ventiquattro anni.
Si sono trasferiti a vivere qui appena dopo il servizio militare.
Qui in Israele il servizio militare può essere posticipato se si fa un anno di servizio civile, e così hanno fatto questi ragazzi. Danno ora tutti una mano, in diverse forme, a studenti durante o dopo l’orario scolastico.
Per lo più, si tratta di lavoro volontario. Il governo incentiva e favorisce tutte le forme di associazionismo, specie se giovanile, per allontanare i ragazzi dalle strade e dar loro un’impostazione civica, un’attitudine ed un’abitudine alla partecipazione sociale e civile.
La loro Associazione, sia per la vocazione all’educazione ed all’attenzione verso bambini e ragazzi che per la composizione (movimento giovanile), oltre che per la predilezione per il gioco e l’avventura e la vita all’aria aperta, ci ricorda molto il nostro mondo scout. Solo che, qui, una volta completato il percorso giovanile, il passaggio da educandi ad educatori comporta una scelta di vita totalizzante: chi aderisce al movimento degli adulti si riunisce in gruppi sociali, in quelle stesse comuni alla quale anche Rumia appartiene. Considerate dei “kibbutz” cittadini, nascono da gruppetti di ragazzi della stessa generazione, per poi allargarsi via via che questi mettono su famiglie proprie.
Prendiamo insieme un thè e trascorriamo con loro un’oretta discorrendo di tutto questo, ed è già tempo di andare..

Tornate all’albergo ci aspetta Stav, che ci è venuta a prendere con una Kangoo nella quale carica noi e le bici, per portarci a vedere la sua associazione.
Stav ha iniziato cinque anni fa a rimboccarsi le maniche per aiutare donne e mamme in difficoltà: donne sole, donne violentate, donne con tanti o troppi figli.
Qui le donne tendono ad avvicinarsi molto, tra loro. La solidarietà reciproca difende da un modello di organizzazione sociale con una povertà di fondo abbastanza diffusa e non di rado grave, e uomini che non si assumono, spesso, uguale responsabilità rispetto alle madri quando si tratta di mettere al mondo i bambini. E qui si fanno molti più figli che da noi. Basti considerare che, in media, ogni famiglia ne ha circa tre, ma non è raro si arrivi fino a cinque, o più. Oltre a questo, più che da noi succede di donne violentate, o ragazze che restano in cinte in giovanissima età.

Con Stav hanno iniziato in un paio di volontarie, ora sono molte e molte altre vogliono aprire associazioni di aiuto e di ascolto come la sua, ma la buona volontà non basta e così Stav si trova anche impegnata nella formazione.
Oltre all’aiuto, principalmente nella forma di ascolto e di attività aggreganti da fare insieme tra le mamme, Stav si “sporca le mani” nella gestione di un centro per i bambini. Al centro aiutano i piccoli nello studio dopo la scuola, ma offrono anche attività ludiche, ricreative e socializzanti. È molto importante, ci dice, per bambini problematici, soli o poveri o figli di madri in difficoltà. In questo modo si evita loro di passare il tempo soli, a casa, o per la strada. Al momento ne sono seguiti 18, ma possono arrivare anche fino a trenta, contemporaneamente. Ora sono così pochi perché il centro ha riaperto da poco, dopo una lunga chiusura per mancanza di fondi.
Il governo finanzia associazioni come la sua ma lo fa passando per enti locali, che sono troppo lenti nella redistribuzione, e così i soldi non sono mai abbastanza.
Stav ci racconta che il suo impegno sociale è iniziato nel 1996. Era il tempo della crisi con il Libano, e su Tel Aviv volavano le bombe. L’associazione alla quale apparteneva organizzava campi estivi, in quel periodo. Hanno iniziato ad accogliere bambini provenienti dai luoghi a rischio, dove le mamme a volte, per paura, restavano chiuse nei rifugi anche molti giorni, senza uscire nemmeno per fare la spesa.
Le famiglie, dai luoghi a rischio, hanno iniziato a mandare sempre più bambini a quel campo, per allontanarli dal pericolo e dall’orrore della guerra. Al campo di Stav sono arrivati ad averne fino a 700, e dormivano per terra, sotto le stelle. “D’estate fa caldo, qui”.
E le mamme erano preoccupate, per sé stesse e per i propri bambini, e dai campi restavano in contatto, cercando di rassicurarle sul fatto che i loro figli stessero bene, ed anche tentando di dar loro un conforto ed un supporto.
È iniziato così il lavoro di Stav con i bambini e con le loro mamme.

Dopo l’associazione, accetta di accompagnarci a vedere il Kibbutz dove vive un suo amico: Il Kibbutz Ravid.
Questo Kibbutz ci dice, nasce per ragioni diverse rispetto a quello tradizionale: non tanto economiche, legate all’autosufficienza ed alla messa in comune di risorse e lavoro in un villaggio a vocazione prevalentemente agricola, quanto piuttosto la voglia di stare insieme, di creare gruppi più o meno numerosi di persone che siano, innanzitutto, comunità. In cui l’aiuto e la solidarietà reciproca siano alla base dei rapporti, ed al primo posto sia messa la libertà, intesa come possibilità della persona di scegliere come ed in che proporzione prendere parte alla vita comune.
Sono, in sostanza, esperienze politicamente anarchiche, ma con alla base una forte motivazione sociale.
In italia l’antropizzazione è soffocante. Case e cose ovunque. Segni umani e proprietà, e ciò che non è di nessuno è di tutti, e dunque non è di nessuno, e se ne può fruire solo entro certi limiti. Ma qui ci sono vastissime aree che non conoscono uomo. Basta trovare un posto, scegliere e -tendenzialmente- si può fare.
Il kibbutz Ravid è costruito alla sommità di un alto colle pelato che sovrasta tutti quelli intorno regalando ai suoi abitanti, oltre alla vita amena lontana da tutto, uno spettacolo straordinario che si estende a 360 gradi, per decine di chilometri, verso Tiberiade e sul lago di Galilea, ed oltre.

È doveroso e soprattutto ci fa piacere, a questo punto, ringraziare Susanna e Tzvi, che dall’Ufficio Italiano del Ministero Israeliano del Turismo ci hanno aiutato passo dopo passo, e passo ed ancora passo… (Tanti, tanti passi…) e ci hanno messo in contatto con Cami, la donna tutta vita e poche chiacchiere che ci ha ospitato il 26 a casa sua ed organizzato la gita off-road tra le campagne fino a Nazareth, ieri.
È stato molto bello de emozionante per noi e ci ha reso molto fiere il suo saluto, alla fine: un ringraziamento a noi perché questa esperienza le ha fatto scoprire che in Israele esistono moltissime associazioni di donne. Tante quante neppure lei immaginava.
Prima della partenza, dopo un lavoro impeccabile ed approfondito, Cami ci ha sottoposto una lunga lista di possibili attività da fare, associazioni da visitare, persone da incontrare. Alcune non siamo riuscite, nostro malgrado, a farle rientrare nel nostro già fitto programma di appuntamenti, in questo troppo breve viaggio.
Senza Cami, e senza Susanna, senza dubbio queste pagine sarebbero state molto meno dense e piene di scoperte importanti, di episodi da raccontare, di vite da testimoniare.

Subito dopo la visita, Stav ci lascia alla fermata. Sono appena le due e un quarto, aspettiamo il bus per Gerusalemme per le 14.45. Bypasseremo la parte del lungo deserto, che ci è stato sconsigliato da molti di percorrere in bici.
Frutta secca e kaki, nell’attesa.
All’arrivo, l’autista inizia a spazientirsi e clacsonare ancora prima che iniziamo ad infilare le bici nel portabagagli. Le lanciamo frettolosamente alla bell’e meglio e saliamo. Ci accorgiamo con orrore che per terra, ai nostri piedi, si stende un tappeto di siringhe usate.
Nel viaggio guardiamo le foto e scriviamo un po’ su facebook: sul pullman c’è il Wi-Fi. Stanno avanti anni luce.
Dopo una pausa di dieci minuti ad un autogrill antico dove riusciamo al volo a raccattare di fretta dal banco frigo due gommoni di panini confezionati imbottiti con salse chimiche ed improbabili, si procede nel viaggio.
Il tragitto, verso sud attraverso la valle del Giordano, dura due ore e mezza.
Fa presto buio.

Gerusalemme è su una collina, alla fine di una lunga salita. Ci attende illuminata di lucine gialle nel buio, come un presepe.
Alla prima fermata scendono quasi tutti. Ci sembra troppo in periferia.
Nessuno parla inglese, per darci anche una minima informazione. Dovremo tirare ad indovinare.
Quando anche gli ultimi due passeggeri rimasti se ne vanno, dopo due fermate praticamente con autista privato, da sole e quando anche la gente ricomincia a salire anziché scendere, decidiamo che forse è giunto il tempo di andare, onde evitare di ritrovarci a Tiberiade e rifare il giro daccapo (e ci è già successo, in passato, su un traghetto sul lago Lemac, a Ginevra!).
Riusciamo a stento ad interagire con l’autista che parla solo ebraico, cartina alla mano. Non ha la più pallida idea di come sia fatta Gerusalemme. Però ha la premura, ad uno slargo, di scendere e rivolgersi ad un robivecchi il quale a sua volta, manco a dirlo, non spiccica una parola di inglese. Ci fanno capire quale strada imboccare per dirigerci verso la città vecchia. Poi chiederemo.

…e così facciamo, metro dopo metro come in una caccia al tesoro, tra ebrei ultra ortodossi e signore gentili, tassisti scorbutici e scolari con cartella. Traffico, salite e discese. Gente per strada ed anche qualche addobbo o luminaria, qua e là, accesa sulle poche case sparse di chi ha aspettato e festeggia il Natale.
Arriviamo a destinazione alle otto, quasi due ore dopo essere scese dal pullman.

Fa freddo qui a Gerusalemme. Molto più di quanto ne abbiamo sentito finora, e ci servono subito sciarpa guanti e cappello per coprirci.
Le mani si gelano.
La mia bici scende, dopo essere stata scaraventata fuori in malo modo assieme a quella di Silvia almeno un paio di volte durante il tragitto, tutta sgangherata. Ha il freno di dietro staccato malamente, il faro anteriore spaccato, tutte le patacche conquistate sulle vette dei monti scalati che si sono scollate dal telaio, il sellino mezzo strappato. Per fortuna siamo quasi alla fine del viaggio.
Ad Emek Refaim, un largo e noto viale non lontano dalla città vecchia, c’è la casa di Gianna.
Gianna è un’amica di famiglia che vive a Roma, ebrea, ed ha una casa qui dove torna in vacanza spesso durante l’anno.
È una signora estremamente affabile, gentile ed extra-premurosa… Come un conone gelato con doppia panna!
Ci ha chiamato praticamente tutti i giorni in questo viaggio per sincerarsi che stessimo bene e che tutto stesse andando per il meglio. Due o tre volte solo oggi.
A casa ci aspetta con la tavola già apparecchiata, deve solo buttare la pasta.

Lei è ebrea osservante. A casa sua, due lavandini ai lati opposti della cucina, e due lavastoviglie, in modo che ciò che è carne non venga in contatto con ciò che è latte e derivati, cosicchè si rispetti il precetto: “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre”.
A cena si mangia la carne. Niente parmigiano sulla pasta.
Riempiamo di domande, siamo curiose di tutto e lei non ne lascia senza risposta nemmeno una.
A nostra volta, le raccontiamo tutto il nostro percorso, il nostro viaggio, le ragioni che ci hanno mosso: il Pellegrinaggio a Gerusalemme, la bici, le Donne, Noi.
Lei ci parla dello Shabbat, e di cosa si fa e cosa non si deve fare, del Bar Mitzvah (la cerimonia del tredicesimo compleanno, compimento della maggiore età), delle varie correnti dell’ortodossia ebraica.
Siamo cotte, ma chiacchieriamo a tavola con Gianna fino alle 23.30.
Poi ce ne filiamo a letto. Solite foto, diario, e la musica che ci culla anche oggi per non più di qualche istante prima della capitolazione…

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