29 Dicembre – Giorno 5 – TIBERIADE/GERUSALEMME

Sveglia Colazione Sacche e partenza.

Rumia vive in una comune. 14 persone come lei e con lei hanno scelto la vita insieme, in un appartamento su tre piani che occupa una intera piccola palazzina in città.
Appartengono ad una associazione giovanile con principale obiettivo l’educazione civile e sociale dei giovani, ed il sostegno e l’aiuto sia a scuola che fuori di piccoli problematici o con difficoltà. Dror Israel, il suo nome.
Ci raccontano, lei e 3 dei suoi compagni, a lungo di loro e della propria scelta di vita, così radicale e totale. Lo fanno con il sorrso che traspare dagli occhi. Eppure, al di là della passione giovanile e di una tranquillità che deriva dall’avere alle spalle una comunità forte e solidale, c’è qualcosa che stride, e che trasuda dalle pareti. La casa è sporca e trascurata, e c’è un senso di abbandono. Umido che scrosta la vernice dalle pareti, odore di stantio, disordine e cose per terra. Pochi mobili, stoviglie sbeccate, utensili ed elettrodomestici arrugginiti. Bagni vecchi trent’anni.
Aria di mancanza, forse, di famiglia, di solidità.
Qui abitano, ci raccontano, quattordici giovanissimi donne e uomini che tra loro dividono tutto, o quasi, inclusa la palazzina di tre piani nella quale ci troviamo. Hanno tra i diciotto ed i ventiquattro anni.
Si sono trasferiti a vivere qui appena dopo il servizio militare.
Qui in Israele il servizio militare può essere posticipato se si fa un anno di servizio civile, e così hanno fatto questi ragazzi. Danno ora tutti una mano, in diverse forme, a studenti durante o dopo l’orario scolastico.
Per lo più, si tratta di lavoro volontario. Il governo incentiva e favorisce tutte le forme di associazionismo, specie se giovanile, per allontanare i ragazzi dalle strade e dar loro un’impostazione civica, un’attitudine ed un’abitudine alla partecipazione sociale e civile.
La loro Associazione, sia per la vocazione all’educazione ed all’attenzione verso bambini e ragazzi che per la composizione (movimento giovanile), oltre che per la predilezione per il gioco e l’avventura e la vita all’aria aperta, ci ricorda molto il nostro mondo scout. Solo che, qui, una volta completato il percorso giovanile, il passaggio da educandi ad educatori comporta una scelta di vita totalizzante: chi aderisce al movimento degli adulti si riunisce in gruppi sociali, in quelle stesse comuni alla quale anche Rumia appartiene. Considerate dei “kibbutz” cittadini, nascono da gruppetti di ragazzi della stessa generazione, per poi allargarsi via via che questi mettono su famiglie proprie.
Prendiamo insieme un thè e trascorriamo con loro un’oretta discorrendo di tutto questo, ed è già tempo di andare..

Tornate all’albergo ci aspetta Stav, che ci è venuta a prendere con una Kangoo nella quale carica noi e le bici, per portarci a vedere la sua associazione.
Stav ha iniziato cinque anni fa a rimboccarsi le maniche per aiutare donne e mamme in difficoltà: donne sole, donne violentate, donne con tanti o troppi figli.
Qui le donne tendono ad avvicinarsi molto, tra loro. La solidarietà reciproca difende da un modello di organizzazione sociale con una povertà di fondo abbastanza diffusa e non di rado grave, e uomini che non si assumono, spesso, uguale responsabilità rispetto alle madri quando si tratta di mettere al mondo i bambini. E qui si fanno molti più figli che da noi. Basti considerare che, in media, ogni famiglia ne ha circa tre, ma non è raro si arrivi fino a cinque, o più. Oltre a questo, più che da noi succede di donne violentate, o ragazze che restano in cinte in giovanissima età.

Con Stav hanno iniziato in un paio di volontarie, ora sono molte e molte altre vogliono aprire associazioni di aiuto e di ascolto come la sua, ma la buona volontà non basta e così Stav si trova anche impegnata nella formazione.
Oltre all’aiuto, principalmente nella forma di ascolto e di attività aggreganti da fare insieme tra le mamme, Stav si “sporca le mani” nella gestione di un centro per i bambini. Al centro aiutano i piccoli nello studio dopo la scuola, ma offrono anche attività ludiche, ricreative e socializzanti. È molto importante, ci dice, per bambini problematici, soli o poveri o figli di madri in difficoltà. In questo modo si evita loro di passare il tempo soli, a casa, o per la strada. Al momento ne sono seguiti 18, ma possono arrivare anche fino a trenta, contemporaneamente. Ora sono così pochi perché il centro ha riaperto da poco, dopo una lunga chiusura per mancanza di fondi.
Il governo finanzia associazioni come la sua ma lo fa passando per enti locali, che sono troppo lenti nella redistribuzione, e così i soldi non sono mai abbastanza.
Stav ci racconta che il suo impegno sociale è iniziato nel 1996. Era il tempo della crisi con il Libano, e su Tel Aviv volavano le bombe. L’associazione alla quale apparteneva organizzava campi estivi, in quel periodo. Hanno iniziato ad accogliere bambini provenienti dai luoghi a rischio, dove le mamme a volte, per paura, restavano chiuse nei rifugi anche molti giorni, senza uscire nemmeno per fare la spesa.
Le famiglie, dai luoghi a rischio, hanno iniziato a mandare sempre più bambini a quel campo, per allontanarli dal pericolo e dall’orrore della guerra. Al campo di Stav sono arrivati ad averne fino a 700, e dormivano per terra, sotto le stelle. “D’estate fa caldo, qui”.
E le mamme erano preoccupate, per sé stesse e per i propri bambini, e dai campi restavano in contatto, cercando di rassicurarle sul fatto che i loro figli stessero bene, ed anche tentando di dar loro un conforto ed un supporto.
È iniziato così il lavoro di Stav con i bambini e con le loro mamme.

Dopo l’associazione, accetta di accompagnarci a vedere il Kibbutz dove vive un suo amico: Il Kibbutz Ravid.
Questo Kibbutz ci dice, nasce per ragioni diverse rispetto a quello tradizionale: non tanto economiche, legate all’autosufficienza ed alla messa in comune di risorse e lavoro in un villaggio a vocazione prevalentemente agricola, quanto piuttosto la voglia di stare insieme, di creare gruppi più o meno numerosi di persone che siano, innanzitutto, comunità. In cui l’aiuto e la solidarietà reciproca siano alla base dei rapporti, ed al primo posto sia messa la libertà, intesa come possibilità della persona di scegliere come ed in che proporzione prendere parte alla vita comune.
Sono, in sostanza, esperienze politicamente anarchiche, ma con alla base una forte motivazione sociale.
In italia l’antropizzazione è soffocante. Case e cose ovunque. Segni umani e proprietà, e ciò che non è di nessuno è di tutti, e dunque non è di nessuno, e se ne può fruire solo entro certi limiti. Ma qui ci sono vastissime aree che non conoscono uomo. Basta trovare un posto, scegliere e -tendenzialmente- si può fare.
Il kibbutz Ravid è costruito alla sommità di un alto colle pelato che sovrasta tutti quelli intorno regalando ai suoi abitanti, oltre alla vita amena lontana da tutto, uno spettacolo straordinario che si estende a 360 gradi, per decine di chilometri, verso Tiberiade e sul lago di Galilea, ed oltre.

È doveroso e soprattutto ci fa piacere, a questo punto, ringraziare Susanna e Tzvi, che dall’Ufficio Italiano del Ministero Israeliano del Turismo ci hanno aiutato passo dopo passo, e passo ed ancora passo… (Tanti, tanti passi…) e ci hanno messo in contatto con Cami, la donna tutta vita e poche chiacchiere che ci ha ospitato il 26 a casa sua ed organizzato la gita off-road tra le campagne fino a Nazareth, ieri.
È stato molto bello de emozionante per noi e ci ha reso molto fiere il suo saluto, alla fine: un ringraziamento a noi perché questa esperienza le ha fatto scoprire che in Israele esistono moltissime associazioni di donne. Tante quante neppure lei immaginava.
Prima della partenza, dopo un lavoro impeccabile ed approfondito, Cami ci ha sottoposto una lunga lista di possibili attività da fare, associazioni da visitare, persone da incontrare. Alcune non siamo riuscite, nostro malgrado, a farle rientrare nel nostro già fitto programma di appuntamenti, in questo troppo breve viaggio.
Senza Cami, e senza Susanna, senza dubbio queste pagine sarebbero state molto meno dense e piene di scoperte importanti, di episodi da raccontare, di vite da testimoniare.

Subito dopo la visita, Stav ci lascia alla fermata. Sono appena le due e un quarto, aspettiamo il bus per Gerusalemme per le 14.45. Bypasseremo la parte del lungo deserto, che ci è stato sconsigliato da molti di percorrere in bici.
Frutta secca e kaki, nell’attesa.
All’arrivo, l’autista inizia a spazientirsi e clacsonare ancora prima che iniziamo ad infilare le bici nel portabagagli. Le lanciamo frettolosamente alla bell’e meglio e saliamo. Ci accorgiamo con orrore che per terra, ai nostri piedi, si stende un tappeto di siringhe usate.
Nel viaggio guardiamo le foto e scriviamo un po’ su facebook: sul pullman c’è il Wi-Fi. Stanno avanti anni luce.
Dopo una pausa di dieci minuti ad un autogrill antico dove riusciamo al volo a raccattare di fretta dal banco frigo due gommoni di panini confezionati imbottiti con salse chimiche ed improbabili, si procede nel viaggio.
Il tragitto, verso sud attraverso la valle del Giordano, dura due ore e mezza.
Fa presto buio.

Gerusalemme è su una collina, alla fine di una lunga salita. Ci attende illuminata di lucine gialle nel buio, come un presepe.
Alla prima fermata scendono quasi tutti. Ci sembra troppo in periferia.
Nessuno parla inglese, per darci anche una minima informazione. Dovremo tirare ad indovinare.
Quando anche gli ultimi due passeggeri rimasti se ne vanno, dopo due fermate praticamente con autista privato, da sole e quando anche la gente ricomincia a salire anziché scendere, decidiamo che forse è giunto il tempo di andare, onde evitare di ritrovarci a Tiberiade e rifare il giro daccapo (e ci è già successo, in passato, su un traghetto sul lago Lemac, a Ginevra!).
Riusciamo a stento ad interagire con l’autista che parla solo ebraico, cartina alla mano. Non ha la più pallida idea di come sia fatta Gerusalemme. Però ha la premura, ad uno slargo, di scendere e rivolgersi ad un robivecchi il quale a sua volta, manco a dirlo, non spiccica una parola di inglese. Ci fanno capire quale strada imboccare per dirigerci verso la città vecchia. Poi chiederemo.

…e così facciamo, metro dopo metro come in una caccia al tesoro, tra ebrei ultra ortodossi e signore gentili, tassisti scorbutici e scolari con cartella. Traffico, salite e discese. Gente per strada ed anche qualche addobbo o luminaria, qua e là, accesa sulle poche case sparse di chi ha aspettato e festeggia il Natale.
Arriviamo a destinazione alle otto, quasi due ore dopo essere scese dal pullman.

Fa freddo qui a Gerusalemme. Molto più di quanto ne abbiamo sentito finora, e ci servono subito sciarpa guanti e cappello per coprirci.
Le mani si gelano.
La mia bici scende, dopo essere stata scaraventata fuori in malo modo assieme a quella di Silvia almeno un paio di volte durante il tragitto, tutta sgangherata. Ha il freno di dietro staccato malamente, il faro anteriore spaccato, tutte le patacche conquistate sulle vette dei monti scalati che si sono scollate dal telaio, il sellino mezzo strappato. Per fortuna siamo quasi alla fine del viaggio.
Ad Emek Refaim, un largo e noto viale non lontano dalla città vecchia, c’è la casa di Gianna.
Gianna è un’amica di famiglia che vive a Roma, ebrea, ed ha una casa qui dove torna in vacanza spesso durante l’anno.
È una signora estremamente affabile, gentile ed extra-premurosa… Come un conone gelato con doppia panna!
Ci ha chiamato praticamente tutti i giorni in questo viaggio per sincerarsi che stessimo bene e che tutto stesse andando per il meglio. Due o tre volte solo oggi.
A casa ci aspetta con la tavola già apparecchiata, deve solo buttare la pasta.

Lei è ebrea osservante. A casa sua, due lavandini ai lati opposti della cucina, e due lavastoviglie, in modo che ciò che è carne non venga in contatto con ciò che è latte e derivati, cosicchè si rispetti il precetto: “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre”.
A cena si mangia la carne. Niente parmigiano sulla pasta.
Riempiamo di domande, siamo curiose di tutto e lei non ne lascia senza risposta nemmeno una.
A nostra volta, le raccontiamo tutto il nostro percorso, il nostro viaggio, le ragioni che ci hanno mosso: il Pellegrinaggio a Gerusalemme, la bici, le Donne, Noi.
Lei ci parla dello Shabbat, e di cosa si fa e cosa non si deve fare, del Bar Mitzvah (la cerimonia del tredicesimo compleanno, compimento della maggiore età), delle varie correnti dell’ortodossia ebraica.
Siamo cotte, ma chiacchieriamo a tavola con Gianna fino alle 23.30.
Poi ce ne filiamo a letto. Solite foto, diario, e la musica che ci culla anche oggi per non più di qualche istante prima della capitolazione…

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