30 Dicembre – Giorno 6 – GERUSALEMME

C’era una donna.
E c’era un ragazzo ad un banco per strada. Un bellissimo ragazzo. Lei gli affidava un lavoro, che avrebbe però dovuto seguire di tanto in tanto, e si allontanava.
E andava in giro per le strade del centro di una città caotica e frenetica. Una città come Roma.
Poi iniziava a galleggiare nell’aria. Più in alto, più in basso, e a mezza altezza.
All’inizio non aveva il controllo di questa strana cosa, ma si lasciava trasportare, incuriosita.
Poi capiva l’antifona ed imparò come gestirla.
C’era un gran traffico, sotto di lei. Un gran rumore, e caos.
Decise allora di salire un po’ più su, fino al fitto soffitto di nuvole grigie che la sovrastavano. Era morbido, come una spuma asciutta e densa.
Se ne stava lì, tra il sopra ed il sotto. E ad un certo punto decise di attraversarla. E fu come essere risucchiati da un imbuto stretto e morbido. Archetipo della nascita, forse.
Stava bene dall’altro lato, e c’era il sole. E c’era una gran pace. Si poteva stare sdraiati e riposare, nel silenzio, su quel letto soffice e sconfinato.
Ma giù, nel trambusto della città rumorosa ed uggiosa, c’era quel bellissimo uomo, ed il lavoro che gli aveva affidato e per il quale, forse, la stava aspettando.
E c’era un fortissimo ed inspiegabile senso di unione, che li aveva legati sin dal primissimo istante.
Decideva di farsi risucchiare, di nuovo, ed attraversava verso il basso la cortina di nuvole…
…Ed è suonata la sveglia.
Già le 7.00, arrivate troppo presto.

7.15 in doccia. Fredda per via di un disguido con i pannelli solari.
Colazione con Gianna e via per strada alla volta della Città Vecchia.
Oggi si gira a piedi.
Entriamo dalla Porta di Giaffa.
Alla conclusione del Cammino, quando si giunge finalmente alla meta del pellegrinaggio, faticata e sofferta, la Chiesa concede al pellegrino la remissione per i propri peccati, nella forma di una pergamena, detta “Testimonium” a Roma e qui a Gerusalemme, e “Compostela” a Santiago, che attesta anche il che il fedele ha compiuto effettivamente quel pellegrinaggio.
A Santiago richiedono che si dimostri che si è camminato per almeno 100 km oppure pedalato o cavalcato per almeno trecento. Lo si fa mostrando i timbri raccolti sulla Credenziale del Pellegrino.
Qui, e così a Roma, non richiedono niente.
A coloro che arrivano con un viaggio organizzato basta pagare. A noi lo danno gratis. La Credenziale ritengo neppure sappiano cosa sia.
Ritiriamo il Testimonium all’Ufficio per i pellegrini cristiani. Ci stampano sopra i nostri nomi e la data, in caratteri arzigogolati.
Per prova, lo chiediamo anche all’Ufficio Informazioni: ne hanno dati talmente tanti in questi giorni che gli è rimasto solo in francese. Il nome ce lo possiamo scrivere da sole.
Ci manca solo che fuori ci sia un figurante vestito da Gesù per fare le foto mettendo in bella mostra il diploma da buon pellegrino e saremmo all’en plein.

Il primo luogo che visitiamo è la Tomba di Davide. Il Re dei Re. Si trova appena fuori dalle mura, verso oriente. Alla Porta di Sion.
Nella stessa struttura, al secondo piano, si trova la Stanza del Cenacolo. “The Last Supper”. L’ultima cena.
Ci sono quasi solo ebrei. Alla Tomba di Re Davide si prega. Gli uomini a destra, le donne a sinistra. Lunghi canti gridati e lamenti, simili a pianti.
Saliamo la scala esterna che porta al piano superiore, dopo non poche difficoltà per riuscire a trovare qualcuno che sappia dirci dove cercare, nonostante lo stabile sia tutt’altro che dispersivo.
All’ingresso mi esplode in faccia una forza potente, come un incendio chiuso dietro ad una porta che si spalanca di botto, sprigionando un’improvvisa onda d’urto di lingue di fuoco e calore.
Mi scoppiano le lacrime agli occhi. Tante, incomprensibili ed incontenibili.
Accanto a noi un gruppo di filippini è raccolto attorno ad un santone che, imponendo con forza i pollici sulle fronti di alcuni, li manda in trance facendoli crollare tra le braccia di altri, pronti dietro le loro spalle a raccoglierli e ad adagiarli per terra.
Restiamo un pochino nella stanza spoglia, priva di arredi, fra i Filippini con il loro santone e flussi di gente che entra da una porta ed esce da quella di fronte, su un balcone, bene che vada essendosi appena guardata distrattamente intorno.
Usciamo dall’edificio e rientriamo nella corrente di visitatori che attraversa la stessa porta dalla quale eravamo uscite, poco prima. E siamo di nuovo all’interno delle mura.

Raggiungiamo in breve l’ingresso al Muro del Pianto.
Per accedere al grande spiazzo gremito di persone si deve passare per i controlli ed i metal detector, come accade nei varchi d’ingresso ai luoghi ove si trovino obiettivi sensibili.
Molti soldati con i mitra sono sparpagliati ovunque, con sguardi seri ed attenti ad ogni mossa possa risultare anche vagamente sospetta.
La zona più vicina al muro è divisa in due parti da una parete di legno più alta di una persona, perpendicolare al muro per una trentina di metri. Le donne pregano a destra, gli uomini a sinistra.
Siamo noi a chiamarlo comunemente “Muro del Pianto”. Più corretto e rispettoso è “Muro Occidentale”, per la sua posizione nella Città Vecchia. Frequentemente viene detto anche “Kotel”. Esso è ciò che resta dell’antico tempio di Salomone -il Tempio di Gerusalemme- che custodiva l’Arca dell’Alleanza, ed è il luogo più sacro per gli Ebrei.
A parte la zona proprio di fronte al Muro, dove molti sono assiepati e pregano, con le teste chine e le mani poggiate sulla massiccia parete, a volte intonando melodie tristi e dondolando ritmicamente, nel resto della zona considerata sacra non c’è aria cupa o triste, anzi.
Oggi ci sono tre feste.
Tre fanciulli e le loro famiglie celebrano il Bar Mitzvah, la maggiore età. I tredici anni.
Dalla parte maschile gli uomini, accanto al proprio ragazzo, danzano in cerchi concentrici che si allargano e si stringono attorno a lui, e cantano.
Tutti portano sul capo la Kippah, alcuni il Teffilin. Sono oggetti rituali, per la preghiera.
Le donne, arrampicate su sedie di plastica per potersi affacciare sull’altro lato, si aggiungono ai cori, e tirano al di là del divisorio caramelle mou con le carte di tutti i colori.
Anche noi preghiamo. Ed incastriamo nel muro, assieme a migliaia di altri, il biglietto cui è affidato il nostro pensiero. (Anzi, Silvia lo incastra senza problemi. Per il mio non c’è verso, e alla fine lo lascio per terra dov’è.)

Uscite dal varco dei controlli, ci intrufoliamo nelle strette vie chiare del quartiere ebraico. C’è il mercato.
C’è tantissima gente nei vicoli lastricati, quasi tutti uguali, tra i quali è facilissimo perdersi.
Tappiamo il buco allo stomaco che abbiamo da un po’ (ma che nel frattempo si è fatto importante) con una focaccia bianca con sopra solo il cielo sa cosa ed una Pitta ripiena di cinque Felafel (facciamo appena in tempo a convincere il signore del ristorante, dalle mani unte come un carrettiere, che non desideriamo ci schiaffi dentro la salsa allo yogurt o al sesamo, né alcuna delle 56 insalate e verdure miste che espone, e nemmeno quella che all’apparenza sembra maionese…), e siamo pronte alla sgomitazzata per farci strada tra la tanta gente che affolla il cuore brulicante di Gerusalemme vecchia.
Proviamo a varcare i passaggi d’ingresso alla spianata delle moschee per poter visitare la splendida Cupola della Roccia, la maestosa ed alta cupola d’oro che svetta in cima ad ogni altro edificio, sovrastando e dominando dall’alto quasi tutta la città. Si vede da quasi ogni posto, qui, tanto da essere un po’ il simbolo, nelle fotografie e cartoline, di Gerusalemme.
La tradizione vuole che la Roccia custodita dalla cupola sia il luogo dove Abramo stesse per compiere il sacrificio di Isacco, e lo stesso luogo dal quale Maometto ascese al Paradiso.
Siamo al Sancta Sanctorum. Il luogo conteso. Il Luogo Sacro per gran parte dell’Umanità.
L’ingresso è sospeso, ora si prega. I visitatori possono entrare solo dalle 12:30 alle 13:30, ma per quell’ora noi abbiamo un’appuntamento in centro. Ci aspetta Sandy.

Sandy e Gilie sono due signore sulla cinquantina, immigrate molti anni fa dall’America. O meglio, tornate, nella terra che sentono come propria casa, per fondare l’associazione che stiamo visitando: Be’ad Chaim.
Be’ad Chaim aiuta le mamme in difficoltà. Aiuta innanzitutto coloro (e qui sono, in media, molto più che da noi) che hanno concepito un figlio non per propria volontà, e che ritengono di non avere altra opportunità se non l’aborto.
Donne violentate, donne sole, donne non in grado -magari- di badare ad un altro, fra tanti figli.
“Nessuna donna -ci cice Sandy- desidera abortire. Chi lo fa è perché è convinta di non avere scelta, di non avere alternativa. Ecco, noi lavoriamo per offrire loro un’opportunità di scelta.”
Ci raccontano che è questo ciò che veramente manca ad una futura mamma che intraprende la difficile via dell’aborto.
Il loro lavoro inizia dunque già a partire dall’ascolto delle donne in gravidanza che entrano per la prima volta nell’associazione, continuando per i mesi successivi provvedendo anche ad aiuto materiale, e proseguendo poi dopo la nascita con pannolini, vestitini ed oggetti utili alle neo mamme nei primi mesi della cura dei piccoli.
L’obiettivo è non farle sentire sole.
Questo è un posto dove ci si sente a casa.
In una stanzetta sono appesi, in ordine su tutte le pareti dal pavimento al soffitto, tantissimi vestitini colorati, molti fatti a maglia direttamente da coloro che, da tutto il mondo, partecipano alla stessa causa di Be’ad Chaim donando, oltre al denaro, anche oggetti o vestiti, talvolta fatti a mano, apposta. Fatti con amore.
C’è una ragazza nello stanzino, sta scegliendo. Sembra serena. Con dolcezza Gilie ci presenta e le chiede se non la disturba se facciamo una foto, e poi usciremo.
Mi fermo a pensare che la benevolenza e la benedizione di chi concepisce o, come in questo caso, crea, un oggetto e lo dona, ci mettono sopra un grande potere di protezione. Come un talismano.
La sede dell’associazione è un luogo in cui si respira un senso di pace.
Dalle tante finestre sui tre lati dell’edificio filtra moltissima luce.
Gilie ci porta in una grande stanza, ingombra di pannolini e vestiti, ordinati e piegati dentro a grandi scatole trasparenti. In un minuscolo disimpegno è ricavato il suo ufficio: niente più che una scrivanietta con poche cose, un telefono, un vecchio computer ed una sedia. Quasi prevenendo il nostro pensiero, ci dice: ” Oh, fa niente se è piccolo, tanto non lo uso quasi mai!!”, e ci sorride con calore.
È grande ed aperto il sorriso con il quale Sandy e Gilie ci parlano, con una enorme passione e tenacia, di quella che considerano una missione, nella propria vita.
L’associazione non è legata ad alcuna religione, ma loro appartengono ad una tra le molte correnti dell’ebraismo: il Giudaismo Messianico. Hanno fatto una scelta radicale: sono ebree, ma affermano che Gesù sia il Messia, il Figlio di Dio, annunciato dall’Antico Testamento per venire ad aprire le porte del Regno.
Non deve essere una posizione facile da testimoniare. Sono quasi a metà strada tra i Cristiani e gli Ebrei ma non sono, di fatto, né l’uno né l’altro.

Decidiamo -ci basta uno sguardo- che sarà a loro che lasceremo quel “mosaico” di storie di donne raccolte nei lunghi km che, da Roma, ci hanno portato fin qui.
Nove storie, solo per la parte italiana, ma molte altre ne abbiamo collezionato in questi giorni, randagie, di ricerca ascolto ed incontro, lungo le strade della Terra Santa.
Non abbiamo però portato il mosaico con noi. Lo consegneremo domani o dopo, appena possibile.
Alla fine dell’incontro ci danno una boccina d’olio.
Ci raccontano che quello è per loro un olio benedetto, quasi taumaturgico.
E’ l’olio delle olive raccolte da un campo che hanno coltivato perché sia un luogo dove le donne che hanno vissuto un forte trauma possano andare e trovare qualche attimo di pace. Sono state spesso le donne stesse, magari dopo aver perso un figlio o dopo un aborto, a piantare quegli ulivi.
Ne chiedo due boccine. E’ un regalo che devo riportare indietro. E’ un segno molto forte.

Salutiamo Sandy e Gilly ed andiamo a mangiare. Giusto una cosetta leggera, dopo la focaccia ed i felafel…
Entriamo in un famoso mercato che assomiglia ad un nostro mercato rionale, ma in versione ebraica.
Ci sono frutta e verdura mai visti prima, carne Kosher, formaggi insospettabili e salumi inspiegabili.
Ciuffi di verdure e mazzi di tuberi fogliuti dalle forme ignote, pesci improbabili, ortaggi sconosciuti e fantasiosi dolcetti. Peltri finemente lavorati, stoffe, thè in grandi sacchi di iuta, spiedini misti e impanati di chissà cosa.
Banconi di legno immenso propongono tanto, tantissimo pane.
Molti fast -street- food: per lo più tegami giganti friggono felafel, ma ci sono anche i banchi di agrumivendoli che servono spremute di pompelmi, arancio e melograno, ci sono luoghi sudici nei quali non proviamo neanche ad affacciarci, e tavolini di fronte a banconi che espongono pietanze dall’aspetto…. Diciamo…. “Fusion”: salse e sughi con pezzi di qualcosa, e spaghettini di soia, kebab e pizza…
Ci sono gingilli e sonagli, specchietti e rasi cangianti. Odore di spezie.

Scegliamo di mangiare locale: un Kebab, oggi, non ce lo leva proprio nessuno! Non vorremo mica tornare a casa e raccontare di non averlo provato! Solo che… Non ci accontentiamo di poter dire che lo abbiamo assaggiato. No no… Noi vogliamo MANGIARLO! Eh già, “Se le cose si fanno bisogna farle bene, altrimenti è meglio non farle!” -Diceva mia nonna-.
E così… Il foglio di piada tondo che desideriamo potrebbe coprire un tavolo da dodici…
“Uno a testa, grazie!”
“Ma… Siete sicure?…Proprio sicure?? Volete quello grande? E’ questo, vedete? Altrimenti c’è quello …”Piccolo”; è la pitta (il pane arabo, quello tondo piatto e morbido), aperta, con dentro il Kebab!”
“No no, grazie, vogliamo provare la piadina. Si proprio quella (è inutile che strabuzzi gli occhi, possiamo senz’altro farcela!)! E poi, basta pane e mollica, siamo abbottate…”
“Beh… Come volete…. Cosa ci metto?”
Davanti a lui, pronte per la farcitura, le due sfoglie grandi come paracadute attendono solo comandi.
Arrotolato all’interno a formare un grosso salsicciotto ci si mette…
Insalata, pomodori con cipolla, “I cetrioli no che mi restano pesanti”. “Le melanzane fritte quelle si, giusto un paio…”
“L’uovo sodo non mi piace, però abbondi con la salsa allo yogurt, per favore!”
“Come? No grazie, l’humus no che è untuoso…” “Come? e va bene, allora ce lo metta!”
“No, niente peperoni per me che non li digerisco!” “Per me invece si, grazie!”
Ah, e la carne, non ci dimentichiamo! Quella che, come da noi, cuoce inspiedata un verticale ruotando davanti ad un pannello rovente….
“Oh, menomale che è carne di pollo che sennò magari il montone ci restava indigesto!!!”
Sono due rollè da due chili. Che sulla pancia diventeranno facile facile tre. Ripartiamo, rotolando, ed inzaccherate di salsa al sesamo fino ai capelli.

Mentre Silvia fa un salto in farmacia, io mi lascio irretire da un prete sorridente e simpatico, alto magro e con degli occhi azzurrissimi. Vuole convincermi a chiedere di provare qualunque cosa si trovi in caldo dentro ad una botticella di acciaio su un carretto fuori da un bar.
Accetto, ovviamente.
Mi viene servita, in un bicchierino da caffè (grazie al cielo, porzione mini) una specie di sbobba fluida e biancastra, che alleggerisco con farina di cocco e zuccherini. Silvia, nel frattempo tornata, non ce la fa e declina. Credo di aver capito si tratti più o meno di farina di mais, latte e zucchero, scaldati fino ad ottenere una crema fluida.
Il sacerdote è Irlandese! Proprio la verde Irlanda che amiamo tanto…
Soprattutto, si chiama Michael, come il Michele (l’Arcangelo Guerriero, il condottiero delle schiere angeliche) che abbiamo inseguito -o che ci ha seguite…- per gran parte del nostro viaggio, in Italia, lungo la Via Micaelica sul Gargano e giù fin dove finisce la Puglia.
Gli chiediamo di darci, ancora una volta, la benedizione. A noi ed alle boccine d’olio di Be’ad Chaim.

Alle 5, il Muezzin chiama i musulmani alla preghiera.
Sono le 5.
E noi siamo di nuovo nella città vecchia.
Siamo alla Porta dei Leoni. Poco più su inizia la Via Crucis, o Via Dolorosa, come è chiamata.
E’ la Via lungo la quale Gesù portò la Croce, dal luogo della condanna fino al Calvario, dove fu Crocefisso.
È la strada, nel cuore di Gerusalemme, che oggi porta alla Chiesa del Santo Sepolcro, il più Sacro tra i Luoghi Sacri.
Lungo la Via, in quattordici tappe, si ripercorrono gli ultimi atti della vita di Cristo.
Decidiamo di percorrerla pregando.
Un Padre Nostro ed un Ave Maria per ogni stazione: uno ed uno alla prima, due e due alla seconda e così via. Il Gloria per chiudere ogni stazione.
Sono tante preghiere.
Sarà un lungo tragitto.
All’inizio siamo distratte da mille cose.
E la testa vola… Ai due soldati scortesi che ci hanno risposto a male parole, alle tante persone che vanno e che vengono, ciarlando. Pausa.
A… “Chissà dov’è la prossima stazione, non si capisce… Ci fermiamo qui?…O è meglio lì, che è più tranquillo?…”
Al buio che scende ammantando le strade, ai negozi che piano piano chiudono le saracinesche di ferro, uno dopo l’altro. Pausa.
A… “Qua ci sono due stazioni di fila, dobbiamo entrare e poi riuscire…” Pausa.
Alle vie che si svuotano, e chissà se riusciremo ad arrivare in tempo alla Basilica, se non ci sbrighiamo… Pausa.
E… Ci guardiamo, ad un certo punto: “Accidenti, dobbiamo prendere un pensiero per Gianna, per l’ospitalità!!! Che ne dici di quel bel foulard ed una scatola di cioccolatini?” ” Sisi ok, va bene..”. Pausa.
Tra l’altro dobbiamo andare anche in bagno…Pausa.

…Troviamo un posto. E’ un barettino piccolo ed accogliente in un vicolo di una traversa di un vicolo defilato. Ci fermiamo, ma solo per un attimo, perché dobbiamo proseguire…
Il proprietario è a metà strada tra un ragazzo ed un signore. Ha barba e capelli brizzolati, e l’aria risoluta.
Prendiamo una spremuta di melograno, perché non è cortese entrare usare i servizi e non consumare nulla.
“Vi fermate? Prego, restate qualche minuto…”
“No grazie, la beviamo al volo. E’ tardi, dobbiamo proprio sbrigarci…”
Ci guarda, ed è come se ci guardasse dentro. E ci riprende, con aria benevola ma severa: “Perché correte? Perché avete fretta? Sedete, prendete un thè, prendetevi il vostro tempo.”
“Take-your-time.” E lo dice lentamente, scandendo le parole, con fermezza e tranquillità.
“Se non vi fermate, se non rallentate, se non lo fate qui, a Gerusalemme, quando e come?”
E’ chiaro che ha capito. E’ chiaro che è una chiamata, anche questa. Una chiamata a bruciapelo. Uno scappellotto.
Come quella volta, a Santiago… Ma quella, è un’altra storia. Basti sapere che non siamo nuove a questo genere di “fulminate”…

Riprendiamo dalla V tappa, ma stavolta siamo pronte.
E, quasi inspiegabilmente, entriamo subito in uno stato di tranquillità e di serenità molto profonde. Siamo più concentrate, più determinate, completamente presenti.
Preghiamo per ognuna delle persone care, per gli amici, per chi ce lo ha chiesto e per tutti coloro che abbiamo incontrato dall’inizio di questo pellegrinaggio: il modo che abbiamo scelto per ripercorrere la Via Crucis ce ne offre l’opportunità, e farlo dà un gran senso di pace.
Salendo le scale verso il luogo della nona stazione, una serpe per terra, morta stecchita, arricciata. In inverno ed in mezzo ad una città brulicante di persone e piena di gatti. È singolare.
Inizia a piovere. Ci ripariamo la testa con il cappuccio. Siamo ormai rimaste tra i pochi che ancora si attardano tra i vicoli sempre più deserti. Non abbiamo idea dell’ora, e non ce ne curiamo. Saranno forse le sei e mezza.

Le ultime stazioni sono dentro alla Chiesa del Santo Sepolcro.
C’è ancora la ressa degli ultimi visitatori.
Alla destra del portale saliamo delle ripide scale, fino ad una cappella custodita da frati ortodossi. Ci sono tante lanterne appese, ed icone scure, e mosaici pieni d’oro.
Ci ricaviamo a stento tra le tante persone assiepate un posticino di qua, e poi un posticino di là, e continuiamo le nostre litanie sussurrate.
Riusciamo ad arrivare alla dodicesima stazione prima che ci caccino, senza appello.
Torneremo domani o dopo.

Rientriamo a casa sotto una pioggia ormai sufficiente ad inzupparci, nonostante le giacche a vento.
Il modo forse migliore e senz’altro più piacevole per conoscersi ed imparare è consumare la stessa mensa, sedendo insieme attorno alla tavola. A cena continuiamo l’interrogatorio a Gianna sulla sua religione e cosa significhi essere Ebreo osservante, sulla Legge e sulle sue prescrizioni, sul Sabato e sul rapporto con Dio, su Gerusalemme e sul Muro del Pianto.
Dappertutto (anche alle fontanelle) oggi abbiamo visto, e qui a casa ce ne sono un paio, brocche con due manici: ci spiega che sono oggetti che servono per l’abluzione delle mani, perché ciò che è pulito e pufiricato non tocchi ciò che non lo è ancora.
Agli stipiti delle porte, in casa, sono attaccate delle bacchette di terracotta smaltata. Sono le “Mezuzah”: sono contenitori, al cui interno è inserito un rotolo di pergamena che riporta brani della Torah. Ricordo della Fuga dall’Egitto, quando l’Angelo del Signore risparmiò i primogeniti delle case di Israele, che avevano il sangue dell’agnello sulle porte.
Stasera non si mangia carne. C’è il salmone, l’avocado e le uova sode. E una buona pizza al taglio. Gianna, come ha già avuto modo di raccontarci ieri sera, rispetta la Cucina Kosher, la Cucina secondo le regole ebraiche.

Siamo a letto alle 23.30. Ci mettiamo una mezz’ora a scrivere, io il diario, Silvia foto ed aggiornamenti su facebook. Riusciamo a stento a guardare un po’ gli aggiornamenti di chi ci ha scritto, crolliamo sulla prima canzone di fine giornata, mentre la musica dal telefono continua a suonare…

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