31 Dicembre – Giorno 7 – GERUSALEMME/BETLEMME/GERUSALEMME

Al risveglio, dopo le docce, Gianna ci aspetta al tavolino di vetro, già apparecchiato con le tre tovagliette per la colazione.
La moka è pronta ed è il profumo di caffè che mi tira per il naso fino alla cucina.
Siamo in strada alle 9:30. È una giornata velata di foschia ma la temperatura è decisamente mite.
Ci mettiamo a pedali seguendo le indicazioni che ci ha dato Gianna: abbiamo deciso che raggiungeremo Betlemme in bicicletta. Non è lontana da qui: una decina di km al massimo, praticamente adiacente alla città, ma si trova al di là del Muro che divide Israele dai Territori Palestinesi.
C’è una salita, seguita da una breve discesa. Siamo al Check Point in una mezz’ora.
Ci sono sbarre e soldati. Nessuno in fila, prima di noi.
Ci presentiamo dirette alla sentinella. Ci scruta, ci chiede i passaporti, ci lascia andare senza troppe domande.
Il muro è alto, grigio ed inquietante. Incombe, dall’alto dei suoi otto metri incoronati di filo spinato, come un nulla soffocante che risucchia ed inghiotte pensieri e sentimenti.
Sul lato palestinese però, quel nulla è affrontato con la potenza creativa e l’aspirazione alla vita. Ed allora ecco che il grande sfondo grigio diventa una tavolozza sulla quale decine di graffiti, scritte e disegni combattono col colore l’annichilimento che il muro prova a generare.

Il muro affonda le fondamenta nella terra come un’iniezione letale.
Ma le radici del disprezzo qui si prova ad estirparle con la bomboletta spray: sul versante di Betlemme i Writer (gli artisti -chi più chi meno- che dipingono sui muri delle città) hanno conquistato il vuoto del cemento si, è vero, raccontando la rabbia ed il dolore, il malcontento ed il bisogno di resistere, ma anche e soprattutto dando voce alla voglia di pace, alla ricerca del dialogo, alla volontà di mettere insieme i pezzi di un vaso che è andato in polvere e frantumi.
Uno su tutti: una colomba con addosso un giubbotto antiproietttile. Nel becco l’ulivo, sul cuore un bersaglio.

Mi verrebbe da pensare che sia quasi più adatto a questo che a quello di Gerusalemme l’appellativo di “Muro del Pianto”: se non altro, per il manto che esso impone sull’anima di chi si ritrova sotto la sua ombra. Senso di vuoto, e di cupa angoscia.
Betlemme piange sangue. È una terra ferita, lacerata, violentata.
Il luogo che dovrebbe essere il più lieto di tutti, che rappresenta -per i Cristiani- la realizzazione delle Promesse, la Nascita, la Buona Novella, l’inizio del Tempo della Grazia, è invece il luogo più triste, tra quelli visitati in Terra Santa.
E tutto stride, perché Betlemme non è triste, in effetti: nella piazza centrale, di fronte alla Chiesa della Natività, c’è un gigantesco albero di Natale strapieno di enormi palle rosse. Non ne avevamo ancora visti così finora. Solo a Nazareth c’era un bell’Albero, alto e pieno, ma meno di questo.
E c’è tanta gente al mercato, che però non è profumato, colorato e pieno di gente ciarliera e turisti affascinati col naso all’insù, come a Gerusalemme. È un mercato più trasandato, di cose mediamente abbastanza scadenti, in generale non belle, né da guardare né da acquistare.
E le strade sono dissestate, e ci sono calcinacci un po’ dappertutto e tanti edifici crollati e mai ricostruiti, o rovinati e mai ristrutturati.
C’è disordine ed erbacce, e sporcizia per terra.
Ci sono spiazzi dove forse sarebbe potuta sorgere una qualche costruzione che non è mai stata realizzata. Nella salita verso il centro accarezziamo il fianco della collina. Molti palazzi mancano e, come attraverso il buco di un sorriso sdentato si vede, oltre, il versante di fronte a noi: edifici chiari, come tantissimi parallelepipedi irregolari aggrappati in disordine l’uno all’altro ed alla terra scoscesa su cui sono stati eretti. Sembrano brulicare come un alveare.
Mentre saliamo verso il centro città mi cade l’occhio sull’insegna che sporge sopra un portoncino: indica una cooperativa di donne che producono olio. Un altro modo di resistere, mi dico. Di costruire, contro la distruzione. Di operare, di ricucire, di inventare un mondo diverso e, contro il comune pensare, possibile.
Credo sia un po’ anche questo il portato dell’essere Donna e dell’Identità Femminile che le Donne di questo viaggio ci hanno insegnato. Uno dei tanti tesori svelati nel nostro peregrinare, così lungo e pieno.

Il primo luogo che raggiungiamo è la piazza della Natività.
Una cioccolata calda per rinfrancarci.
Le casse amplificate del bar dove ci sediamo spruzzano nell’aria a ripetizione le note di “Merry Christmas (War is over)” e “Jingle Bells”: un loop. L’atmosfera è surreale, tra il caldo al quale non siamo abituate (nel nostro immaginario, Natale chiama Neve), e tanti arabi ed ebrei, e poveri misti a ricchi, turisti paciosi e paciocchi e tutt’intorno bimbi e ragazzini che giocano anche con niente, nella piazza gremita, e si illuminano di meraviglia nel far suonare i campanelli scemi delle nostre biciclette. Ne recupero di corsa uno che si è portato via il faro di Silvia…
Pur sapendo che è tardi, proviamo a contattare una signora palestinese di cui ci aveva parlato Cami. Quello che ci colpisce è che ci chiede, spiegando bene il problema, se siamo interessate a vederla… “No, ma siete sicure? Perché io sono Palestinese!”. Come se fosse affetta da una malattia grave.
A noi invece sarebbe piaciuto moltissimo parlarle: è responsabile di una associazione che promuove il dialogo tra donne Israeliane e Palestinesi. Purtroppo oggi è ad un convegno a Gerusalemme.
“Se volete, si può fare stasera. Facciamo una festa per il Capodanno!”. Noi però stasera saremo già di ritorno dall’altro lato della barricata…

Ci mettiamo nella lunga fila alla Basilica della Natività con tanti altri per scendere nelle grotte, dove un altare ricorda, con una stella d’argento a quattordici punte incastonata per terra sulla pietra chiara, l’arrivo della Cometa.
Di fronte, un bambinello di porcellana giace nella mangiatoia.
È un posto piccolo e claustrofobico, pieno di gente e di lampade ad olio, che hanno annerito tutto il basso soffitto.
Poco tempo per vedere, dire una preghiera e veniamo invitate dagli incorruttibili sacerdoti ortodossi, custodi della Basilica, a rientrare nel flusso dei visitatori in uscita.
Siamo fuori tre quarti d’ora dopo essere entrate.
Inspiegabilmente, pervase da un senso di leggerezza e felicità. Non è un sentimento che mi è familiare.

È quasi l’una. Alle due abbiamo appuntamento con un inviato della Rai, Giovanni, che vorrebbe intervistarci.
Ci prendiamo l’oretta rimasta per fare due passi tra i vicoli del mercato e mangiare. Stavolta scegliamo bene: fuori da un minuscolo ristorante una mangiatoia di ferro piena di braci ardenti cuoce spiedini di pecora. Kebab. Ci facciamo imbottire due meravigliose focacce con quell’ottima carne, pomodori e qualche intruglio magico di composizione ignota. Buonissimi.
All’arrivo del giornalista rifacciamo il passaggio alla Chiesa della Natività: per fortuna il nostro tempo per visitarla per bene l’avevamo già avuto. Il ruolo da star proprio non ci si addice, ed il mito di questo posto sacro decisamente si rompe, nonostante Giovanni sia estremamente carino nei modi e rispettoso nei nostri confronti.
Torniamo nella grotta, ma facciamo il giro al contrario e siamo dentro in cinque minuti. Ripetiamo gesti già fatti. Non siamo esattamente a nostro agio sotto i riflettori, sebbene siamo comunque grate per l’interesse verso la nostra impresa ed i complimenti che i giornalisti ci rivolgono. Pensiamo anche che sarà, se non altro e senz’altro, un bel ricordo di questi giorni e di questa straordinaria esperienza.
Facciamo poi una breve intervista proprio sotto il grande albero di Natale.
Nei pressi, si affaccia un importante orfanotrofio. Bande di bambini come sciami giocano allegri e spensierati in giro per tutta la piazza, ma la telecamera ha un potere magnetico fortissimo. Arrivano subito, in tanti. Dobbiamo trattare con una certa decisione ed una discreta fermezza per dissuaderli dalla determinazione insistente e po’ lamentosa con cui cercano di intenerirci per ottenere di fare un giro sulle nostre bici.

Ci teniamo poi ad andare alla Chiesa del Latte, che Giovanni stesso ci aveva consigliato di visitare.
La leggenda narra che a Maria, nell’allattare Gesù bambino, sia caduta una goccia di latte proprio in quel luogo, e la roccia da rossa sia mutata miracolosamente in bianca.
Oggi è un Santuario nel quale si prega per la protezione delle puerpere, per la fertilità delle donne, per la maternità in genere.
Anche questa circostanza, che faccio fatica a considerare una pura e semplice coincidenza, capita sia per me che per Silvia (ancora una volta ognuna per la propria parte e per ragioni diverse) in un momento della nostra vita molto molto particolare, in cui la maternità è un tema importante e delicatissimo, e molto molto vicino al centro delle nostre vite.
Non è una mèta particolarmente gettonata: in una via defilata, fuori dal flusso dei visitatori a passeggio. Non è nella nostra guida. Ci siamo capitate praticamente per caso, solo grazie a Giovanni.
È vuota. Tutta per noi.
Entriamo, ma la telecamera deve restare fuori perché non era stata preventivamente richiesta l’autorizzazione: la cosa decisamente ci solleva. Finalmente un posto intimo, silenzioso, lontano dalla calca. Ci fa piacere potercelo vivere da sole, con calma, nel silenzio. E poi avevamo proprio bisogno, in questo luogo, di pregare.
Ci raccogliamo, ed abbiamo modo di arrivare molto in fondo.
Dopo pochi minuti però un potente faro sparafleshato dalle nostre spalle fa le nostre ombre improvvisamente nere come il buio più fosco, e ci avverte che Giovanni ha evidentemente vinto le resistenze del frate di guardia. Concludiamo rapidamente ed usciamo.
Approfittiamo un po’ della delicatezza e del rispetto con cui Giovanni si è inserito nelle poche ore che avevamo a disposizione qui a Betlemme: vorremmo fare un giro veloce per qualche ricordo da riportare a casa. Ci prendiamo una ventina di minuti.
Al nostro arrivo, di ritorno alla piazza, lui ed il suo operatore ci aspettano con il grande SUV già in moto e l’operatore che sporge in piedi dal tettino aperto, pronti a scortarci fino al Muro, per le ultime riprese.
Sono quasi le cinque ed inizia un imbrunire che sembra non finire mai. Le strade si ammantano lentamente della notte mentre le lucine pian piano si accendono sui saliscendi delle colline della città. Sembra di essere caduti in una palla di vetro, o in un dipinto di strada, come Mary Poppins: noi in un Presepe, di quelli con le montagne e le stelle, i pastori con gli agnelli sul collo ed i cammelli, la neve e le palme, le case basse e la grotta. Di quelli illuminati, con timer che riproducono, nel tempo di pochi respiri, il ciclo di un’intera giornata dall’alba alla notte.
Ci godiamo fino in fondo alle ossa, lentamente, gli ultimi metri di pedalata in questo lato del mondo: il buio che scende, la città che si accende, il panorama dall’alto della collina fino all’orizzonte, la Jeep dietro che ci fa da scorta e poi davanti ad aprire la pista. Un po’ chiacchieriamo ed un po’ ci perdiamo in mille pensieri, o ci facciamo abbindolare dalle luminarie e dai negozi, ed ancora dallo stridore di questo posto, che ci è entrato sotto la pelle.
Ultime foto. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento a domani mattina: Giovanni non ci sarà ma manderà qualcuno perché desidera avere anche immagini di Gerusalemme.

Nel varcare nuovamente il muro, un piccolo gradino fa sobbalzare le bici.
Quell’istante, ed i pochi metri di nuovo a tu per tu con le sentinelle di guardia, ci mettono la pelle d’oca. Brividi così forse solo in un’altra occasione, o anzi due, li abbiamo avuti. Entrambe lungo la Via Francigena del Nord.
Viviamo questo passaggio incapaci di dirci nulla, ma con nell’animo la stessa, fortissima sensazione: ancora una volta, non era quella che avevamo scelto e cercato, la nostra meta.
Non siamo state chiamate alla Santa Gerusalemme, come molti, o come abbiamo creduto fino ad ora.
Non al Sacro Sepolcro, come avevamo pianificato.
Era questa, forse, la nostra meta.
Ancora una volta, non quella che avevamo deciso -o pensato di decidere- noi; non come l’avevamo immaginata.
Non l’ingresso solenne a Gerusalemme, ma il passaggio, in una giornata uggiosa, attraverso il check-point ed il varco di una inquietante barriera grigia fra due popoli.
A Gerusalemme siamo arrivate in pullman.
A Betlemme siamo entrate in bicicletta.
Gerusalemme è una città fantastica, ed a noi è sembrata, per quello che abbiamo potuto vedere, abbastanza ricca o benestante.
Betlemme è una città piccola. Umile.
Ultima, forse.
Una città non in guerra ma, di fatto, di guerra. Divisa, ferita.
Vive in un conflitto eterno al quale non sembra esserci soluzione, almeno politica.
Si spera in una soluzione sociale. Si spera nella cultura.
Si spera nell’Uomo.
Si spera nelle Donne.
Si spera nell’Educazione.
Nell’Educazione alla Pace.

Beati gli operatori di pace.
La settima Beatitudine è un pilastro che sta prepotentemente riempiendo i miei pensieri e tirandomi con insistenza per la gonnella, già da alcuni mesi. È un tema incredibilmente ricorrente, nella mia testa, negli ultimi tempi. Anche questa la ritengo una non-coincidenza: dovevo arrivare qui. Ma, questo, afferisce alla sola mia vita e non già al pellegrinaggio di D2, e terrò il capitolo delle lunghe riflessioni che ho fatto in proposito in questi giorni fuori da questi racconti.
Le riporto però perché a questa cronaca appartiene invece la considerazione sul fatto che ritengo -riteniamo- ci sia una Provvidenza che ti porta, che tu lo voglia o no, per monti e valli, fino a un “laggiù” che tu non sai prevedere. Che ti dice qualcosa, che ti apre delle opportunità.
Di questo, siamo sicure entrambe, e ne siamo ogni giro di pedali più certe.
Ne avevamo già parlato e scritto nella prima parte del viaggio, in Italia.
Ora il cerchio si stringe e va a chiudersi, in qualche modo, man mano che la mèta si fa più vicina.

C’è il mare, e c’è una barca. Ed ognuno di noi può scegliere se salirci a bordo e sfidare i flutti, per raggiungere l’altro lato del lago. Potremmo non farlo. Perché rischiare? E’ da stupidi… E’ da stupidi?…
Potremmo rimanercene tranquilli a casa nostra, e nessuno ci direbbe niente per questo.
Ma, se si ha il coraggio di scegliere di imbarcarsi, se ci si assume il rischio e ci si affida con animo sincero e testa pronta (con intelligenza e saggezza però, non con leggerezza, come gli stolti) si può star certi che si arriverà.
Dove? Noi abbiamo scoperto che non una volta abbiamo raggiunto il porto che avevamo visto, individuato e puntato al momento del sogno e del progetto.
Ma, in ogni viaggio, siamo arrivate molto più in là, dove non avremmo mai potuto immaginare, neanche se avessimo studiato le carte e pianificato il sentiero metro per metro, istante per istante, imprevisto per imprevisto.
Gerusalemme era l’approdo designato.
Il progetto parla chiaro: “D2_daromaagerusaleme”.
Singolare: in ebraico, “Daroma” significa “Verso il Sud”… E noi siamo finite al sud…. Betlemme è sotto Gerusalemme.
Gerusalemme incarna il mistero più profondo, la morte, e la resurrezione. Il senso finale, l’aspetto più sconvolgente, per quel che mi riguarda, della nostra Fede.
Betlemme è il momento più lieto, quello della nascita. L’incarnazione che annuncia la Salvezza.
Gerusalemme è immensa. In tutti i sensi.
È tanto. Forse troppo.
Betlemme è più piccola, più umile. Più a portata, forse.
Gesù bambino.
Cristo e la sua morte, e la sua resurrezione.
Forse non eravamo pronte per Gerusalemme. O, almeno, io.
Era altrove che il Signore ci voleva fare arrivare.
Era qui che ci aspettava.
Negli occhi verde acqua e nelle pelli scure dei bambini, come sciami di mosche a far suonare i campanelli delle nostre bici, nelle donne velate, nelle macerie dei palazzi e nei cumuli di spazzatura ammassati per strada.
Nella chiesa, vuota, del Latte.
Nel Muro, nella guerra, e nella pace.

Lasciato alle spalle il check point non c’è più tempo per elucubrare: alle 17:45 Radio Uno ci chiamerà dall’Italia per un’intervista in diretta.
Ce ne scappiamo di corsa, alla ricerca di un posto dove stare tranquille: si materializza all’improvviso, nel buio nel bel mezzo del nulla, un autogrill. Entriamo e ci sediamo, giusto in tempo prima che squilli il cellulare. Tocca a me, e poi a Silvia. Non so bene cosa riusciamo a rispondere alle domande, mentre intorno il barista fa il caffè, il vicino di tavolo sfoglia il quotidiano e la radio in sottofondo trasmette musiche orientaleggianti…
Alla fine, come al solito bene o male ce la caviamo.
Nel frattempo, risvegliate dal sogno della strana ed intensa giornata appena trascorsa, riemergiamo alla realtà…

Stasera è Capodanno!!
Da tre giorni ragioniamo sul da farsi: Gerusalemme o Betlemme? Betlemme o Gerusalemme? Gerusalemme? Betlemme?… Dubbio amletico.
A Betlemme si starebbe in albergo, e c’è il cenone.
Ma ci hanno detto che lì è un po’ desolante, che non c’è vita, che non c’è niente la sera.
A Gerusalemme si sta da Gianna, e sembra ci sia più gente in giro, la notte.
Ieri sera finalmente abbiamo sciolto la prognosi, e deciso per Gerusalemme, pur non avendo idea di cosa offra la città a due stanche viandanti…
Dopo l’intervista proviamo allora a fare un salto all’Ufficio Informazioni per sapere se per caso sia prevista qualche festa o ci sia una qualche parte dove possiamo trovare qualcuno che almeno si faccia gli auguri!!
Niente. L’Ufficio è ormai chiuso.
Capiamo comunque, chiedendo in giro, che ci sono poche speranze: “Qui non si festeggia il Capodanno! Se volete, vi conviene andare a Betlemme: se c’è qualcosa, è lì, perché ci sono più Cristiani!”
Che fregatura. Vabbè, ormai abbiamo scelto così.
Torniamo da Gianna, giusto per un saluto, per raccontarle la nostra giornata, lasciare le bici e riuscire. Tanto vale restare in zona: non vale la pena di arrivare fino al centro, che a piedi dista una mezz’ora.
In realtà, peraltro, non è che alla fine sia una grande questione quella del Capodanno, in effetti… Non ci strappiamo i capelli, ecco!

La via sotto casa di Gianna è piena di locali, ristoranti, pub, bar aperti anche la notte.
Alcuni sono addobbati per segnalare ai turisti che, qualora fossero interessati a festeggiare, potrebbero trovare qualcosa…
E così….
La cena la scegliamo con i palloncini: festoni di cuori rossi legati fuori per strada.
Ed il dopo cena pure. Sempre cuori rossi.
Ristorante greco a Gerusalemme.
Menù fisso, ci portano di tutto e di più. Noi, da par nostro, siamo stanchissime.
Una band in mezzo al locale stracolmo suona una musica che ero convinta fosse araba!
A mezza notte il conteggio è fulminante: TreDueUno eeeee!!! Lanciano petali di rosa. Tutto qui. Brindiamo col vino rosso, ci facciamo gli auguri di corsa e già ci dobbiamo togliere di mezzo che i camerieri hanno ripreso a servire ai tavoli.
Ovviamente non ci basta.
Le bollicine ad un bistrot dall’altro lato della strada.
Dietro Silvia, uno coi capelli a mongolfiera RicciRastaFari che sembra il nostro amico capellonissimo Diego ha la Kippah scoppiata al contrario tipo un ombrello rovesciato dalla tempesta. È buffissimo!
Parliamo di tante cose.
Siamo a casa alle due e mezza.
Le sacche le faremo domani.
Siamo nel duemilaquattordici, pare.
È stata una lunga giornata….

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