1 Gennaio – Giorno 8 – GERUSALEMME

Todà Gianna, e Shalom.

Rifatte le sacche, ultima colazione insieme, selliamo i destrieri e siamo fuori, nel primo mattino.
È una bella e tiepida giornata di sole, il cielo è azzurro e terso.
Ci trasciniamo ciondolanti fino alla città vecchia, dove abbiamo appuntamento alle 9.30 con i giornalisti della Rai mandati da Giovanni.
Imbambolate come due zombie non dovremmo fare una gran bella impressione.
“Beh, ora basta, sveglia che facciamo paura!!!”
Riemergiamo a forza alla realtà, e dopo un approccio che agli occhi dei nostri interlocutori deve averci fatto sembrare due zitelle un po’ acide o due ebeti reduci da una notte da leoni, recuperiamo almeno in parte il possesso di noi stesse, che in fondo in fondo (…ma giusto in fondo) non siamo poi così tanto brutte e antipatiche…

All’appuntamento c’è un ragazzo di Tel Aviv, accompagnato dall’operatore di Gerusalemme. Ci fanno un paio di riprese nei pressi della Porta di Giaffa e poi cerchiamo insieme di capire come incastrare i nostri programmi per la mattinata (che prevedono un giro per la città vecchia ed il Santo Sepolcro per la fine della Via Crucis e poi la visita al Monte degli Ulivi, fuori dalle mura, verso nord) con le loro esigenze televisive. Arriviamo faticosamente, vista la nostra persistente obnubilazione, a decidere che ci sposteremo subito di qualche centinaia di metri sempre fuori dalla Città Vecchia e poi entreremo, insieme, dentro, fino al Santo Sepolcro.
Nonostante i loro insistenti e premurosi tentativi per farci desistere dal passare per la via breve, che ci sembra comunque inequivocabilmente migliore (“Breve” è un suono dolcissimo, e ci chiama con assoluta chiarezza), scegliamo quella: non ci interessa affatto che ci siano “dei” gradini….
“Gradini”, in effetti, vuol dire Scalinata… Lunga scalinata. E, conseguentemente, anche “Bici in spalla”… Con tutte le sacche attaccate (mica vorremo metterci anche a staccarle!! E chi li fa poi due viaggi?? NoNo, molto meglio il viaggio del somaro, intenso ma breve!!). Trenta chili a bici, minimo minimo…
La santità faticosamente conquistata, strappandola metro dopo metro in più di mille km di pellegrinaggio a pedali, la perdiamo d’un colpo, in un soffio, con i pensieri funesti e anatemi irripetibili formulati nell’arrampicata, uno per ognuno degli almeno cento gradini.
Comunque… Ridere aiuta, e alla fine arriviamo in cima, in un modo o nell’altro. A panza all’aria. Ed anche le bici con noi.
Rifiatiamo, ci riprendiamo, recuperiamo almeno un filo di dignità e presentabilità e raggiungiamo il luogo dell’appuntamento.
In sella. Pronti…Via!
Partiamo. Come ieri sera, con il SUV e l’operatore sporto dal tetto che ci scortano. È tutta discesa, ed in tre minuti siamo di nuovo alla base della scalinata. È ingiustissimo. Frustrante esattamente come risalire una pista da sci tutta a scaletta fin sul monte: dopo un’ora di sudore, un risicato minuto di divertimento!

Entriamo a Gerusalemme vecchia di nuovo dalla Porta di Giaffa.
Lasciamo le bici in una lussuosissima Guest House accanto alla casa del Pellergino, dove gentilmente le custodiranno fino al pomeriggio, e ci avviamo verso il Santo Sepolcro.
L’operatore con noi.
Ci chiede di poter riprendere l’ingresso alla Basilica.
Accettiamo, ma a nostra volta chiediamo di poter essere lasciate sole una volta dentro: le riprese finiranno sulla soglia. Lo salutiamo, ci ringrazia. Ultimi metri prima della grande porta, e siamo di nuovo “sole”.
“Sole”, anche se tra mille persone.

Al Santo Sepolcro, una gran confusione.
Riprendiamo a fatica il percorso iniziato l’altro ieri, la Via Crucis, pregando a nostro modo. Ci mancano tre tappe.
Ci sediamo in disparte, ma non c’è luogo intimo, né possibilità di star fuori dalla confusione, o di trovare silenzio.
Non è il posto per noi. Troppo caotico, troppo pieno di gente. Per la Cappella che racchiude il Sepolcro c’è una fila che non finisce più. Come nostro solito, ce ne andiamo fuori dalle righe, e tentiamo di corrompere il barbuto sacerdote di guardia alla minuscola stanzetta dove fu deposto il Signore, affinché ci faccia saltare la fila…. “Sa, siamo pellegrine…” (Come se lo fossimo un po’ più degli altri!… )
“Abbiamo pedalato mille chilometri per arrivare fin qui… Dall’Italia!!”.
Niente, tentativo ovviamente fallito miseramente, anche perché il sacerdote non parla una parola d’inglese ed i nostri gesti, sebbene mirabilmente eloquenti, non sono sufficienti ad impietosire nessuno, men che mai un sacerdote ortodosso. Russo.
Lui prova comunque con gentilezza a sbolognarci ad un altro frate, anch’esso barbuto, che sembra parlare qualche parola in più: cerchiamo almeno di avere il timbro, l’ultimo che dovrebbe essere apposto sulle Credenziali. La fine. L’approdo. La mèta.
Nulla. Pare che anche per il timbro occorra fare una richiesta in carta bollata, e che per trovare la sagrestia serva il lumicino. Ci indirizza verso una grande porta di ferro, ma è serrata. Rinunciamo, è tutto chiaro.
Ci mettiamo nei pressi del Sepolcro, in un angolo, sedute su una scalinata polverosa e nascosta che sale a chiocciola su, verso il buio. Gradini antichi e sconnessi, un filo di luce diffusa da lampade che pendono dal soffitto, vetuste anch’esse.
Finiamo quel che avevamo iniziato, la nostra Via Crucis, le nostre preghiere. E andiamo via.

Siamo di nuovo in un bagno di sole splendente, dopo la penombra della Basilica, un po’ accecate.
È un dedalo intricato di vie strettissime e scale che salgono e scendono, invaso da negozi fitti fitti che espongono all’esterno di tutto, quello che si apre immediatamente di fronte a noi.
Merce per turisti, principalmente, come è facile immaginare: frutta esotica e verdure colorate in tinte fosforescenti di chissà quale origine, ninnoli ebraici ed orientali, foulard e sciarpe, strumenti musicali e narghilè, cibi, cioccolatini e caramelle attorcigliate e appiccicose.
C’è di tutto ammassato in vendita, all’esterno di antri che sembrano tane, ed hanno meno spazio e più cose dentro che fuori.
Ci sono incensi che ardono da enormi cumuli, rendendo l’aria densa e piena come fumo e vapore.
C’è chi vende spezie che rilasciano profumi di medio oriente per metri e metri intorno, chi propone dolci arabi -quelli di tutti i colori, strafritti nel miele e con sopra noci e pistacchi tritati-, e torroncini impanati in foglie secche e petali di fiori sbriciolati.
Ci sono robivecchi e botteghe di artigiani, scure di grasso e fuliggine.
Ci sono stanzette dalle cui porte aperte si può vedere dentro.
Ci sono negozi che hanno tanta di quella roba che forse entro breve esploderanno, ingombri di cosacce buttate in disordine, strani attrezzi ed aggeggi polverosi per la cucina o per il garage, per la falegnameria e per la ferramenta e per l’igiene personale -…se così si può dire-.
Ci sono gioielli belli e fini, e bigiotteria da quattro soldi.
Alcuni vendono oggetti indescrivibili, vesti, arredi ed ornamenti rituali rispetto ai quali si intuisce siano preziosi, ed anche altri dei quali si capisce a colpo d’occhio che sono chincaglierie per i turisti: aggeggi coloratissimi e pieni di frange, tessuti cangianti e brillanti, specchietti e scritte “Gerusalemme” (grazie al cielo, almeno qui, si risparmiano di premettere: “I Love….”), disegni dei cammelli del deserto e della stella cometa, Presepi e stelle di David, a sei punte.
In molti tratti i palazzi, vicinissimi tra loro, che stringono i vicoli a destra e a sinistra, si chiudono a formare lunghi cunicoli. In altri l’altezza delle case o i tendoni delle botteghe fanno si che sia oscurata quasi completamente la vista del cielo.
C’è una quantità enorme di gente che affolla le strette stradine. Moltissimi stranieri. Tanti parlano italiano.
Man mano però che ci spostiamo verso Occidente, le vie si fanno più larghe ed ariose ed il mercato perde il connotato turistico che aveva anche solo una trentina di metri prima, assumendo sempre più i tratti di un vero mercato arabo di cibi -frutta e verdura quasi “normali”, pane, pesce- e poche cose per la casa, che sembrano vecchissime.
Gli stranieri lasciano il posto alle persone di qui.
Ci sono carretti di legno sgangherati con sopra uno o due tipi di frutta, o pieni di agrumi dalla buccia brillante che va dal giallo all’arancio e lucidissimi melograni, che vengono serviti spremuti in bicchieroni di plastica trasparente.
C’è un enorme carrello stracarico di fragole. Ne ha una montagna accatastate ordinatamente una sull’altra in una pila alta fin sopra la testa, rosse come il fuoco.
Ci sono facce grigie e barbe di due giorni, e sguardi torvi via via che ci avviciniamo alla Porta Occidentale. La Porta di Damasco.
Fuori dalle mura, si apre di fronte a noi il quartiere arabo.
Le donne son tutte velate.
È sporchissimo e trascurato.

A pochi metri di distanza dalle mura prendiamo il pullman 75 per il Monte degli Ulivi: è sulla collina a nord rispetto a quella su cui sorge la città vecchia.
L’autista fuma al volante.
Scendiamo dopo sette o otto fermate.
Attraversiamo a piedi il quartiere per poche centinaia di metri fino all’inizio di una discesa.
Siamo in breve alla Cappella dell’Ascensione: un piccolissimo edificio circolare al centro di un cortile di ghiaia, protetto da mura alte il doppio di una persona.
Paghiamo per entrare, ed il custode all’ingresso è l’unica persona nel nostro raggio visivo.
Dentro non c’è nessuno.
Questo è conosciuto come il luogo dal quale Gesù ascese al Cielo. Dalla terra emerge una lastra di roccia bianca e levigata, protetta dal calpestìo per mezzo di un cordolo rosso. La roccia è incavata in una forma che ricorda un piede: dovrebbe essere l’ultima impronta del Signore, impressa sulla terra.
La cappellina è intima, solitaria, isolata.
Come piace a noi.
Nel silenzio del piccolo edificio, una piccola candelina. E con la nostra diventano due. Solo un piccione che tuba, e la nostra preghiera.
Non ci sono frati. Né timbri.
Sono quasi le due.

Gesù il Nazareno, come è noto, venne alla città già allora Santa a concludere la propria vicenda umana e terrena.
È nei pressi della tomba del Re Salomone che celebrò, nel giorno della Pasqua, l’Ultima Cena. Subito dopo, si recò con i discepoli al Getsèmani: mentre pregava, i suoi Apostoli, pur chiamati a vegliare, si addormentarono. Lui intanto, a pochi passi ma solo, forse per la paura e senz’altro per l’inimmaginabile angoscia per ciò che di lì a poco si sarebbe compiuto, sudava sangue.
Stava per essere immolato, per la bramosa brutalità degli uomini. E perché si compisse la Profezia.
Chiese al Padre di allontanare da lui quel terribile sacrificio, pur sapendo però che esso si sarebbe dovuto, comunque, compiere. Perché quella era la sua chiamata. Quella era la sua Missione.
È in questo piccolissimo francobollo sulla superficie terrestre che si consumò la Tragedia e si realizzò la Promessa. Qui avvenne la Passione, la Condanna, la Crocifissione, la Morte e la Resurrezione del Cristo.
Ed è qui, esattamente nel luogo nel quale ci troviamo, che iniziò, di fatto, questa serie di eventi, così drammatica ma, in ultima analisi, così formidabilmente catartica.

I secoli hanno risparmiato niente più che una manciata (non saranno più di una decina) degli Ulivi dell’Orto del Getsèmani. Sono ormai millenari.
Silenziosi guardiani di ciò che accadde in quel giorno. Ultimi, sacri testimoni del compimento delle Promesse.
Intorno a loro si è costruito un recinto, ed una Basilica, che a tutt’oggi ne custodisce il segreto.
È la Basilica dell’Agonia di Gesù. È un convento francescano.
Entriamo, nel silenzio.
Subito, ci pervade un grande senso di pace. Di fine, di arrivo.
Abbiamo trovato il nostro Santuario.
Ho già avuto modo di provare a testimoniare quanto il cuore e l’anima di un pellegrino, nei lunghi giorni e km che lo separano dal Santuario verso il quale è diretto, si riempia di pensieri, di aspettative, di emozioni, di preghiere.
E di come queste, all’arrivo al soglio del Santo, scoppino e scivolino via, come una bottiglia di vino frizzante alla quale sia tolto, finalmente, il tappo.
È la catarsi. La liberazione. La quiete, finalmente.

Percepiamo in un attimo, e con assoluta certezza, che è questo il Luogo.
Non l’avevamo minimamente immaginato, fino al momento in cui ce ne siamo rese conto, entrambe, nello stesso istante e nello stesso, stessissimo modo. Con la stessa, lucida, stupefatta sicurezza.
Nella grande Basilica c’è un gran silenzio.
Senso di quiete, di riposo.
Il frate che ci mette il timbro ci dà anche alcuni ramoscelli tagliati dalle fronde degli anziani Ulivi del giardino, e li benedice. Il regalo più importante da riportare a casa.
Dalle ampie vetrate colorate filtra una flebile luce bluastra e violacea.
L’aria è tiepida ed il tempo sembra immobile.
Ci avviamo, con calma e lentezza, come a dar peso ad ogni istante di queste utime righe che stiamo scrivendo, verso uno dei pochi banchi sistemati nella navata centrale.
Ci sediamo una accanto all’altra, senza una parola.
Io leggo qualche riga della nostra guida. Silvia prende un paio di minuti per sé.
Siamo, finalmente, arrivate.

Qui si poggia la penna del Viaggiatore.
Qui si scrive l’ultima firma sulla nostra Credenziale.
Qui, si chiudono i nostri passaporti da Pellegrine.
Siamo, finalmente, arrivate.

Qui le nostre ruote smettono di girare ed i nostri contakm di contare.
Qui si ferma il piede di noi due viandanti, per le strade dell’Italia prima e della Terra Santa poi.
Questo è il Santuario nel quale lasciamo cadere il nostro bordone ed il nostro mantello, e chiediamo la nostra Grazia.
Siamo, finalmente, arrivate.

Quasi millecinquecento km a pedali, ventisei giorni in totale per un viaggio iniziato il primo agosto a Roma, da casa, e finito oggi, a Gerusalemme, nella Basilica dell’Agonia del Signore.
Nove storie di Donne raccolte, a formare un mosaico che tratteggia un’identità femminile nella quale ci vediamo riflesse e che va oltre -speriamo- il senso comune o le banalizzazioni, o ancora le vesti svilenti nelle quali talora siamo infilate.
Abbiamo parlato poco di loro, di questa ricerca e di dove ci ha portato, lasciando che siano le loro stesse storie, raccolte nelle nostre cronache, a parlare di sé.
Ma abbiamo molto da dire, e magari troveremo il modo di farlo. O, forse, “ci sarà dato il modo”, di farlo…

Oggi, a caldo, ci fermiamo semplicemente a guardare la straordinaria esperienza che ci è stato dato di vivere, a ringraziare chi l’ha resa possibile, quaggiù o lassù.
E, soprattutto a ripetere con insistenza, che un mondo migliore è possibile.
Che crediamo negli Uomini e crediamo nelle Donne, e nella straordinaria forza creativa e costruttiva che ci hanno dimostrato, sempre e comunque, senza che mai questa fiducia sia stata messa in discussione.
Che crediamo, da Pellegrine, che chi si mette nelle mani del Signore, non resta deluso.
Che crediamo che valga sempre la pena di rischiare e di mettersi in gioco, nella certezza che c’è chi si preoccupa per noi e sa, in ogni caso, cosa sta facendo.
E che crediamo che Egli, qualunque faccia abbia, o comunque lo si chiami, se parla la nostra lingua, sia anche il nostro Dio.

Che crediamo, in ultima istanza, nella Salvezza, compiuta nella Resurrezione del Cristo.U

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