EPILOGO – 1 & 2 GENNAIO – Gerusalemme / Tel Aviv / Roma (giorno 8 e 9)

Ovviamente, le nostre avventure bislacche non possono non concludersi bislaccamente.

Non poteva quindi mancare un epilogo, che seppur sembri in parte edulcolare l’incredibile potenza spirituale del nostro viaggio, non ne intacca in noi il mito.

Dopo il Getsemani, con un senso di sollievo, di pace, di arrivo e di fine,  ci riavviamo verso la cittá vecchia.

Il pellegrinaggio è finito.

Ci risvegliamo, come da un lungo sogno.

Torniamo alla luce.

Abbiamo circa due ore: vogliamo usarle per dedicarci un po’ al “profano”… Visita e qualche acquisto.

Poi dovremo andare a consegnare il “Mosaico di Donne” all’associazione Be’ad Chaim. Il “Mosaico” è il dipinto di una donna, diviso in nove parti, ognuna delle quali racconta la storia di una donna incontrata lungo il nostro viaggio.
Dovremmo consegnarlo all’associazione intorno alle 17:30 e proseguire poi fino alla Central Bus Station, dalla quale partiremo alla volta di Rehovot (Tel Aviv), dove spenderemo le poche ore di sonno che ci sono concesse a casa di Roberto, l’amico che ci ha ospitato la prima sera e si prenderà carico di noi anche per questa notte.

Cominciamo a camminare. Quella che ci aspetta non sembra essere una lunga distanza: dopo una salita vertiginosa ma rapida le macchine che scompaiono inghiottite dagli immensi bastioni ci rivelano l’inequivocabile presenza di una porta. Dovrebbe essere la Porta settentrionale: la Porta dei Leoni.

Cammina cammina, la via procede inerpicandosi ai piedi delle mura, e nessuna scala o vialetto sembra dirigersi verso quella che avevamo individuato come nostra direzione.

Ovviamente, abbiamo sbagliato strada.

Ovviamente, scaliamo il monte. Scendi e sali, sali e scendi.

E risali.

Ovviamente, ci tocca spignattare per quasi un km seguendo la strada ai piedi delle mura finché non troviamo, finalmente una porta.

Abbiamo circumnavigato un quarto di città.

Entriamo. Check diretto e siamo al Muro Occidentale. Il Muro del Pianto.

Attraversiamo la piazza gremita, usciamo dall’altra parte e ci rimmergiamo di nuovo nei vicoli stracolmi di gente, nel cuore della Old Town.

Cerchiamo disperatamente il locale carino dell’altra sera, quello dove ci siamo fermate per andare in bagno, proprio nel bel mezzo della Via Crucis. Il proprietario ci suggerì di viaggiare più lente, e di fare le cose con calma, aprendo di fatto la strada all’inizio delle intenzioni serie in merito alla Via Crucis che fino ad allora stavamo affrontando con una certa qual leggerezza.

Non lo troviamo, ma siamo fermissime e determinatissime nel proposito di consumare lì il pranzo, e perseveriamo nell’esplorazione girando e frugando in tutti i vicoli. Alla quarta volta che torniamo al punto di partenza decidiamo che il girotondo è bello come il gioco, cioè se dura poco, e optiamo per fermarci a mangiare in un posto QualeCheSia…

“Ti va bene lì?”

“È perfetto.”

Ristorantin-in-ino arabo. Tre tavoli fuori con tovaglie di plastica e tovagliette di cartapaglia. Non so se più unte o più appiccicose.

All’interno un’unica tavolata è piena, ma sono quasi le tre, ed i clienti sono italiani. Soprattutto, in effetti, è si piena una sola tavolata, ma su due totali: vuol dire che il locale è pieno per metà!

Ci basta.

Ci rivolgiamo ai connazionali per un conforto sulla cucina: ci dicono che <il sapore è buono, basta che non ci si chieda cosa ci sia dentro!>.

Seguiamo il consiglio.

Peraltro, “Quello che non strozza ingrassa!” si dice dalle nostre parti, e così presto ci facciamo servire Felafel ed Humus per Silvia e spiedini per me.

Panne arabo, salsine e qualche assaggio di insalata, cetrioli, pomodori, peperoni crudi.

Siamo di fronte all’angolo presso cui la Via Crucis passa e svolta a destra.

La quinta stazione. Si dice che qui Cristo sia caduto, poggiandosi al muro e lasciando l’impronta della propria mano. Pellegrini e turisti guardano e toccano, indicano, bisbigliano e pregano, ridono e tacciono, si genuflettono e scattano foto. Sono per lo più italiani.

C’è un grandissimo “Buzz”, intorno. Un rumore di fondo, un suono bianco. Qualcosa che stona e disturba.

Dopo pranzo ci resta giusto qualche minuto per i souvenir, al volo, poi dovremo avviarci.

Trattiamo moltissimo su prezzi di presepi e di strumenti musicali, di incensi, spezie e thè, e le Mezuzah, con dentro il rotolo della Legge.

Usciamo dal ginepraio intricatissimo che è il cuore aggrovigliato di Gerusalemme che sono quasi le cinque.

Portiamo con noi qualche ricordo e souvenir, ed un paio di cartoline che non si sa se e quando spediremo (verosimilmente, come al solito, ce le riporteremo indietro e le consegneremo a mano).

Ci lasciamo, per l’ultima volta, la città vecchia alle spalle che sono le cinque passate.

È sceso il buio.

La punta di un albero di natale svetta blu dall’ultimo angolo delle mura che costeggiamo. Dev’essere il quartiere Cattolico.

Al palazzone degli uffici di Be’ad Chaim entro io e Silvia aspetta fuori con le bici. Giro dieci minuti ma mi perdo, tra le diverse scale ed i molti ascensori. Esco.

Entra Silvia. È più abile di me, ma comunque sfortunata. Non c’è nessuno. Gili e Sandy sono andate fuori per una conferenza, e l’associazione è chiusa. Silvia lascia comunque il rotolo alla porta.

Qualche minuto ancora per ricomprare la chiave inglese (per smontare ruota e pedali), che avevo lasciato nella confusione del primo giorno nel portabagagli del pullmino, e la pellicola per imballare le sacche all’aeroporto.

E via di corsa alla Bus Station.

Arriviamo in men che non si dica, ma il piano dal quale partono i nostri bus è chiuso per via di una <Borsa sospetta>. Riaprirà fra mezz’ora…

Quando un altoparlante lancia un lungo ed incomprensibile messaggio in ebraico e tutta la folla crea ressa attorno alle scale mobili, capiamo che il problema dovrebbe essere stato risolto.

Gli ascensori comunque non aprono le porte al piano che dobbiamo raggiungere (il terzo) e così, dopo un giro turistico con due simpatici garzoni portapane secondo-quarto-secondo piano, siamo costrette alle scale mobili, che io non amo, per non dire detesto.

Non le so usare, ed anche stavolta rischio di cappottare all’indietro con tutta la bici.

Una volta è successo. Silvia ride sotto i baffi. Ed anche sopra.

Stavolta però la scampo.

In cima, la fila alla porta che conduce alla banchina del nostro pullman è lunghissima. Troppo. Il bus parte senza di noi.

Dovrebbe essercene uno ogni mezz’ora ma siamo fortunate: il successivo arriva e riparte subito, con noi sopra.

Anche in questo bus c’è il wi-fi: guardiamo qualche commento degli amici su facebook e pubblichiamo qualche foto, ed in un ora siamo alla fermata d’arrivo.

Pochi minuti ed a casa di Roberto.

A tavola raccontiamo a lui e Letizia del viaggio, e Roberto ci spiega meglio del movimento giovanile di Rumia (la giovane ragazza che viveva con altri amici nel “Kibbutz di città” a Tiberiade), al quale è appartenuta anche Stav (la ragazza che ci ha accompagnato a visitare in Kibbutz nei pressi di Tiberiade) ed il figlio di Roberto appartiene tutt’oggi.

Cena fredda apprezzatissima, con ottimo pane cucinato da Letizia, le cui doti culinarie non abbiamo avuto il piacere di sperimentare perché è finita la bombola (in Israele non c’è il gas di città, per ragioni di sicurezza).

A letto alle undici. Qualche foto ancora su facebook. Silvia manda una mail importante ad un giornalista che attende nostre notizie, io crollo in catalessi ancor prima che la testa tocchi il cuscino.

La sveglia suona alle due e dieci. È ancora notte nerissima ed umida.

Ma non fa freddo.

Ieri sera Roberto ha prenotato per noi un pulmino, grande, in modo che possano comodamente entrarci anche le bici.

Arriva una Station Wagon…

Escluso che i velocipedi possano entrare nel portabagagli, per fortuna c’è il portapacchi: le nostre due ruote vengono issate e legate sul tetto e viaggeranno così.

Questo non ci era ancora successo.

Già ci immaginiamo a guardarle scivolare dal lunotto posteriore e fargli “Ciaooooooooo…..!!” mentre volano via sull’autostrada, ma l’incubo finisce presto: il tragitto è brevissimo.

All’aeroporto tre ore di anticipo decisamente non bastano, se si ha una bicicletta.

Quattro risulterebbero appena sufficienti, crediamo noi.

C’è una ressa pazzesca di gente in fila ai raggi-x, ed a noi cicliste sono riservati doppi controlli. Mentre Silvia va a far passare le bici in un nastro speciale, io attendo girandomi i pollici, perché non se ne parla di avvantaggiarci con il controllo delle sacche.

Giro e rigiro come Paperone nella stanza dell’agitazione, cercando di far capire che si sta facendo tardi e l’imballo delle bici e delle sacche ci prenderà tempo, ma non c’è verso di sciogliere il ghiaccio.

Torna Silvia, è passata già la prima ora e mezzo. Ce ne manca una e mezzo.

Controllo delle sacche: due addetti alla sicurezza le smontano pezzo per pezzo, sia quelle a mano che quelle da imbarcare, arrivando ad aprire il pacchetto delle gomme americane, a togliere il coperchio delle pile del walkman, a svuotare i fazzoletti di carta, a frugare nel sacchetto delle schedine della macchina fotografica.

Altri tre quarti d’ora filati via così.

Ora ci tocca preparare le bici: gira il manubrio, smonta i pedali, imballale con la pellicola e lo scotch da pacchi.

Stessa sorte alle sacche.

È tardi.

Una hostess corre al check-in per spiegare di noi. Fa fare le carte d’imbarco.

È tardissimo.

Corriamo al check-in, ci facciamo vedere, fanno finta di pesare bici e sacche. Io alleggerisco il carico… Sembra comunque che pesino troppo. Dovrebbero farci pagare.

È troppo tardi. Scampiamo così al pagamento extra-bagaglio.

Ci fanno le carte d’imbarco.

Lanciamo le bici su un carrello e trasciniamo il tutto non si sa come fino alla porta gigante per il passaggio carichi straordinari.

Siamo sempre scortate dalla hostess di cui sopra.

Abbiamo quasi perso l’aereo.

Arriviamo ad un altro controllo: il varco passeggeri.

Lo attraversiamo di corsa senza neanche rallentare, con i passaporti aperti come due poliziotti in un vero film americano.
La hostess continua a scortarci. Con lei anche la gentile signora del check-in.

Varco dogana. Fila lunghissima. Passiamo volando dal lato dipendenti dell’aereoporto.

Ormai la nostra carovana sembra proprio un bolide sparato oltre ogni ostacolo dritto verso il gate.

Le nostre due scorte sembrano guardie del corpo di personalità importanti. Scansano addirittura chi dovesse trovarsi in mezzo al passaggio.

Servirebbe una catapulta, modello “Donne Cannone”, che ci lanci sparate direttamente attraverso l’oblò in cabina!
Il gate è ormai a portata di mano, e noi siamo affannate come maratonete a fine gara… Ma ci crediamo. Possiamo farcela. Arriveremo in fondo alla competizione…

Ci siamo, vediamo in lontananza l’ultimo passeggero consegnare il biglietto…

Non è quindi poi così tardi, in fondo!

Addirittura al gate hanno una tale pietà di noi che ci assegnano i posti a sedere, una vicina all’altra!! (Senza quest’ultimo afflato di pietà ci saremmo di sicuro trovate, una a destra ed una a sinistra, più o meno dentro in motore…)

Ci siamo. Siamo dentro.

Siamo in moto.

Siamo in volo.

Tempo dieci minuti e già per l’aria si sente odore di cucinato….

Ovviamente, mentre quasi tutti i passeggeri arricciano il naso perché per colazione servono un’omelette dal sapore in effetti un po’ nauseabondo, noi se magnamo tutto, chiediamo il pane due volte, a momenti lecchiamo il vassoio e se quella vicina si fosse riaddormentata ci saremmo fregate anche il suo biscottino.

Omelette pane formaggio spalmabile yogurt marmellata a-ri-pane (<scusi signorina? Ci può portare altre due focaccine, per favore??>) con il burro caffè thè acqua e biscottino caramellato alla cannella, per concludere.

Dopo poco, ci facciamo secche anche le caramelle comprate a Tel Aviv: ne erano avanzate giusto un paio, che fai, te le riporti a casa???

Pronte per un pisolo, che in effetti però non ci facciamo: la colazione ci ha rinfrancato abbastanza. Anzi, ci ha proprio rimesse al mondo!

Instancabili… Chiacchiere, facebook, rubriche, quaderni, letture e progetti…

Siamo a Roma prima del previsto.

Le bici arrivano in un soffio ed anche le sacche sono le prime ad uscire dal nastro riconsegna bagagli (ti credo, sono arrivate all’imbarco talmente straultime che credo le abbiano scotchate fuori dalla stiva già chiusa!).

Ci evitiamo stavolta lo shock di scoprire quale altro trauma abbiano subito le nostre due care compagne di viaggio: le schiaffiamo ancora incartate una sull’altra su un carrello (che, per la cronaca, pagare due euro ci sembra un furto), poi ci impiliamo sopra le sacche e partiamo così, Silvia cercando di gestire il passaggio dalle porte con i nostri quasi due metri di larghezza, ed io attenta che la pila non caracolli tutta per terra.

Appena prima di guadagnare l’uscita:

– Rapido passaggio per un caffè -nove giorni d’acqua sporca, a parte la pausa da Gianna… sfiorata crisi d’astinenza- ;

– Tentativo fallito di acquisto sigarette senza tasse: “Scusi signor poliziotto? Senta, sa se c’è un negozietto… Che vende sigarette? (Io: “Silvia, si chiama Tabacchi!!!”), si perché speravo di trovarle senza il bollo… No,eh?? Ah, ok, le compro sotto casa…”

– Tentativo di convertire Trenta Shekel: “Sono tre euro, e due di commissione…” (fallito anche questo…).

Dieci minuti netti e siamo al pullman.

Bici e sacche sotto, noi sopra, ormai siamo esperte.

Alle undici e mezzo siamo nel cuore di Roma, a Via Crescenzio.

Ripetiamo l’ormai familiare rituale di spacchettammento, gonfiaggio gomme, riattaccamento pedali, raddrizzamento manubri, ripiegamento sacca copribici, sellaggio con borse e siamo pronte.

Pronte….
Pronte?
Pronte!
Pronte…
Per una nuova avventura!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in DAY BY DAY, DUE DONNE, DUE BICI. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...