28 Dicembre – Giorno 4 – NAZARETH/ TIBERIADE CAFARNAO

7.15 sveglia.
7.30 in doccia.
8.20 a colazione.
9.05 ponte ad uscire.

Alla mensa i tavoli della colazione erano imbanditi di cose stranissime.
Le abbiamo provate tutte. Inclusi formaggi dalle diverse varietà e consistenze lungo tutta la scala tra liquido e solido, una burrumballa dentro alla quale non abbiamo idea di cosa ci fosse, due tazze di latte ed una di acqua calda e cioccolata, ed il caffè turco.
Poi un veloce salto alla toilette.

9.09 fuori dall’ostello.

In un vicolo della città vecchia un fornaio spande nell’aria odore di pane appena cotto. Da una porta spalancata sulla via si vede un macchinario (verosimilmente un forno) con un nastro trasportatore continuo che fa cadere, una dopo l’altra, decine di focacce gonfie e fumanti in un cestone ai suoi piedi.
Sembra una di quelle gigantesche balene che galleggiano a mezz’acqua filtrando l’acqua dalle fauci sempre spalancate.
Chiediamo di poter fare qualche foto.
Cediamo anche alla gola. Una focaccia uno Shekel. È deliziosa.

Visita alla Chiesa dell’Annunciazione e di San Giuseppe, nello stesso comprensorio.
All’Ufficio per i Pellegrini c’è un sacerdote francescano tutto sorridente. Un omone alto che suscita simpatia. Ci accompagna fino alla Basilica superiore per mettere i timbri alle credenziali, facendoci anche passare oltre le transenne che limitano l’accesso ai visitatori alla zona preparata per la grande celebrazione che ci sarà domani: per la festa della Santa Famiglia verranno qui a Nazareth ad officiare la messa tutti i più importanti prelati della Terra Santa.
Noi però saremo già a Tiberiade.
Ci saluta teneramente, indirizzandoci verso la Chiesa di San Giuseppe, o “della Nutrizione”.
C’è la Messa. Prendiamo sempre questi episodi come Chiamate. Restiamo.
A fine celebrazione chiediamo il timbro per le credenziali, poi di corsa in albergo, carichiamo le sacche sulle bici, un saluto alla ragazza gentile della reception e si va dove ci aspetta il maxi pullimino che abbiamo prenotato per raggiungere Tiberiade, non essendoci strade che noi cicliste siamo autorizzate a percorrere, da qui a lì.

Lasciamo Nazareth attraverso Cana, dove Cristo compì il miracolo del Vino.
Qui in Israele gli autisti guidano come pazzi. Per dirlo noi due, che da brave romane siamo a buona ragione considerate autiste indisciplinate, spesso irriguardose e piuttosto insofferenti alla guida, ce ne vuole.
Il traffico qui è caotico e le traiettorie seguite dai veicoli, assolutamente imprevedibili.
In venticinque minuti col fiato sospeso arriviamo a Tiberiade. Dei trecento Shekel che l’autista ci ha chiesto ne paghiamo duecento, come concordato tra lui e la ragazza che dall’albergo ha prenotato per noi. Telefonata che il tassista sembra aver “dimenticato”…
Non ci lasciamo infinocchiare.
Siamo dirette alla “Casa Nova Francescana”, dove alloggeremo questa notte. Trovarla non è però facile, sia perché l’autista non parla inglese ed il ragazzo della reception non parla ebraico (quindi escluso il mezzo telefonico), sia perché, a Tiberiade, ogni strada ha più di un nome, più o meno a seconda di come tira il vento o delle famiglie che ci abitano.

La Casa Nova è un istituto carino e pulito, gestito da un giovane ragazzo dell’ordine.
Si trova sulla riva del lago e da un terrazzino al primo piano si vedono tutte le sponde fin dove lo sguardo non è ostruito.
L’ordine gestisce qui anche il luogo sacro dove si ricorda l’affidamento all’Apostolo Pietro dell’essere da fondamenta della Chiesa.
Lasciate le sacche in stanza ci mettiamo immediatamente a pedali verso nord, dirette a Tabgha ed a Cafarnao, luoghi cruciali della vita e della predicazione di Cristo, nei quali si svolsero gran parte degli episodi narrati dai Vangeli.
Oggi, luogo di culto e di interesse storico ed archeologico.

La giornata sembra primaverile. I km sono una ventina di saliscendi con il Lago, per la cui vastità è anche chiamato “Mare di Galilea” alla nostra destra ed il sole che già va a morire all’Orizzonte, alle nostre spalle.
Siamo alla meta, una trentina di km da Tiberiade, alle due. A metà strada tra Tabgha e Cafarnao, due siti che dalla cartina sembrano praticamente adiacenti.
A quest’ora è tutto chiuso.
E allora… Che fai non te la mangi una cosetta? L’unica possibilità è un ristorante in riva al Lago, con i piedi per un pelo quasi quasi nell’acqua.
Menù fisso pesce arrosto e nell’attesa buffet libero di varie pietanze salse sughi verdure insalata riso bianco e degli spaghetti che fanno paura.
Datteri e caffè che sa di spezie e siamo pronte a ripartire.
Il sole è ormai scomparso dietro le montagne, al sud.

Chiediamo al cameriere: “Scusi, per Cafarnao?” (Riteniamo ormai di essere quasi arrivate)
Lui: “Che??”
“Cafarnao!… O, magari… Capernaum??”…
“Nono, qui no Cafarnao!”
“Come scusi, ma non la conosce? Dovrebbe essere poco più avanti di qui!”
“No no qua finito, non c’è nulla, oltre”.
Torniamo indietro verso Tabgha per chiedere informazioni: è tutto chiuso. Qui come a Cafarnao.
Potremmo salire sul Monte delle Beatitudini, sul quale sappiamo trovarsi un bellissimo santuario, messo tra l’altro in posizione panoramica, ma è buio e rischiamo di dover rientrare di notte, e la strada non è affatto sicura.
Accettiamo il passaggio che nel frattempo ci hanno offerto dal bus di pellegrini Indiani che sta rientrando a Tiberiade.
Tutta la strada di Rosario, in inglese.
Venti minuti dopo ci spariamo fuori a razzo, a due passi dall’albergo.

Sono le sei e un quarto, ed alle sei e mezzo c’è la Messa in ebraico.
Decidiamo di andare.
Succede che nei nostri pellegrinaggi ci sia sempre un tema che ricorra. Al di là di quello che decidiamo, che preventiviamo, che siamo noi a scegliere. Una lezione da imparare, una parola con cui confrontarsi, un tema sul quale riflettere.
Tra Roma ed Otranto, per me furono l’Affidarsi e la Testimonianza.
Qui è la Famiglia. Ricorre e ci rincorre.
L’essere famiglia, il costruire una famiglia, i propri cari. Abbiamo modo di riflettere a lungo.

È strano come lavorano la testa ed il cuore.
Tanto intensi la profondità spirituale ed il coinvolgimento emotivo e la consapevolezza durante gli ultimi due pellegrinaggi, quest’estate da Roma ad Otranto e l’anno scorso lungo la via del Reno, quanto difficile da realizzare lo stato emotivo in questo.
È un mistero davvero profondo.
Difficile da spiegare, e da accettare, forse.
Alcune cose si fanno chiare come il giorno ed altre rimangono, inspiegabilmente, scure come la notte.
Chiari si sono fatti aspetti delicati come l’affidarsi a Dio, la Chiamata e la Provvidenza paterna del Dio annunciato da Gesù nei Vangeli.
Duro ancora, da realizzare, il camminare sulle pietre degli stessi sentieri.
E così in questi giorni ho vissuto una specie di dormiveglia. Giorni sospesi.
Come se l’esperienza che stiamo affrontando fosse così profonda e sconvolgente che il mio inconscio si è chiuso alla comprensione dell’immenso e sconfinato mistero che racchiude. Di un Dio che si è fatto carne ed è venuto a parlarci di sé come Padre e non giudice, come pace e non guerra, come Dio degli Ultimi e non dei Primi.

Nei nostri pellegrinaggi passati abbiamo preso la Messa in Inglese a Canterbury, in Francese a Reims, in Tedesco a Colonia e chissà quante volte in Italiano.
Qui, in Ebraico, a Tiberiade, è davvero molto emozionante.
Oggi si festeggia la Santa Famiglia. È tema delicato sia per me che per Silvia, per diversi motivi e per ragioni diverse.
A fine messa suore e frati ci danno un gran bell’abbraccio collettivo ed una benedizione per noi e per le nostre famiglie, timbri e si va a cena.
Sul lungo lago moltissimi locali con musica alta e ragazzi che ballano per strada con i bicchieri in mano. Tante luci.
Ci infiliamo in un posto dei tanti quale che sia. Mangiamo carne.
Pioviccica stasera.
Mentre torniamo a casa, qualcosa stona.
E’ un grillo che frinisce forsennatamente! Il ventotto di dicembre è strano perfino per essere in Israele!

Rientrate, ci mettiamo un po’ a lavorare (scrivere, s’intende) nella cucina comune. Una camomilla, ad aggravare la già avanzata situazione di narcolessia, e si scivola nei letti…

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27 Dicembre – Giorno 3 – ZICHRON YA’AKOV/NAZARETH

6.30 parte la sveglia. “Simple life” una canzone rock-country decisamente allegra.
L’unico flacone presente nella doccia questa mattina era scritto in ebraico. Credo di essermi lavata con il detersivo da bucato. Per capi neri.

7.20 il marito di Cami ci aspetta per una “Continental Breakfast”: giusto un paio di fette di pane, formaggio e manzo stufato, miele e caffè. Per partire leggeri.
Boss è talmente disperato nel vedermi in partenza che scappa di casa e il marito di Cami scompare così, correndo in ciabatte per la strada appresso al cane.
Alle 7.45 in strada, raggiungiamo le tre amiche con le quali Cami ci ha organizzato il “Bike Trail” di questa mattina.
Passata la mattinata con le quattro donne sono abbastanza in grado di dipingere un acquarello di tratti comuni tra loro: decise e determinate, forti ed aperte, le cose non te le mandano di sicuro a dire.
Ci riprendono con fermezza per tutte le nostre disattenzioni e imprecisioni, e c’è da dire che noi siamo piuttosto attaccabili…
Loro: scarpette tecniche, fuseaux, caschetto, zaino-borraccia, bici supermache ammortizzate e con freno a disco, guanti ed abbigliamento abbinato, in tinta.
Frutta secca per le pause.
Noi (sottoposte ed “esposte” a domande alle quali seguono solo imbarazzati silenzi…):
“Ma davvero pedalate con i jeans?”….
(La battuta sugli scarponcini da Trekking ce l’hanno gentilmente evitata..)
“Ma… bella la vostra k-way stampata a posta, solo che… Magari se non la facevate nera evitavate di essere non-visibili!”
“La city bike di Gaia sul serio funziona?”
“Volete per favore tenere la destra che qua v’arrotano?? (Hanno detto esattamente così. Vi-Arrotano, in romano doc!)”
“Forse il casco era meglio di niente!”
“Ma, ALMENO L’ACQUA CE L’AVETE???”
“Nemmeno quella?? Beh, bevete la nostra che altrimenti svenite…”
Ed anche la frutta secca ce l’hanno offerta. Noci, albicocche, fichi e datteri.
Noi, con la testa sempre più bassa fin sotto le suole.
Io in realtà non bevo tanto. Silvia in genere di più. Ma qua l’aria è talmente secca che la disidratazione si percepisce mentre avviene, da un minuto all’altro.
Come se ciò non fosse bastato a marcare l’evidente distanza che già ci distaccava, loro filavano come spade e noi a perdere sempre più colpi. A fine giornata leccavamo per terra.. Silvia era dietro di un km ma conversava piacevolmente a fine compagnia, io tra le prime ma non riuscivo nemmeno a parlare!!

Comunque, ad ogni modo…
È stata una fantastica esperienza.
Cami è matta e le sue amiche sono estremamente simpatiche.
Un po’ dure ma forti.
La “Gita” si è diramata tra campi di frutta estiva ed invernale. Ci siamo fermate a cogliere mandarini ed intrufolate nel sottobosco fitto di una foresta di conifere scurissima.
Abbiamo attraversato grandi vigneti spogli e campagne. Quasi tutta la strada è stata sterrata: per me e per la mia city bike, una gran fatica, complicata dal fatto che abbiamo avuto il vento in faccia praticamente tutto il tempo. Il vento è uno dei nostri più grandi nemici, più ancora della salita, forse. Può farci raddoppiare o anche triplicare la fatica, oltre al fatto che rende difficile sentirsi e parlarsi.

Finiamo la pedalata (inutile negarlo, per colpa nostra e di nessun altro) in nettissimo ritardo sulla tabella preparata da Cami al millesimo. Ciò comporta che, anziché una colazione tarda (quasi un brunch) prevista per le 11.30, al tavolo del Caffè al quale ci sediamo ci facciamo portare qualcosa di più simile ad un pranzo.
Sono quasi le due.
Sui nostri giganteschi piatti si poggiano, per sparire in men che non si dica, omelette plurifarcite dal formaggio ai funghi passando per la cipolla ed il prezzemolo, quiches e salse di centottantatré tipi, ed ottimo pane fatto in casa con mille semi diversi.

Alla fine, arriva la fine.
Nazareth ci attende.
Cami ci accompagna alla fermata: “Non dovete assolutamente pedalare fino a Nazareth, vietato. Negativo. Escluso. È tardi, è tutta salita. C’è moltissimo traffico, sono i giorni di Natale.
Ed oggi è Shabbat.
Vediamo di sbrigarci altrimenti rischiamo che gli autobus smettano di fare servizio.
L’ora x scattaerà alle 16.00.”
Il bus non sembra arrivare e Cami è preoccupata per noi.
Per sincerarsi che siamo in salvo, soprattutto da noi stesse (che non ci mettiamo in testa di andar su a pedali) aspetta fino all’arrivo del pullman, carezzando anche più di una volta l’idea di caricarci su uno dei numerosi Pick-Up che ci sfilano davanti.
Finalmente arriva il bus. Ci saluta con calore, si raccomanda autorevolmente di aver cura di noi, ci promette che verrà a trovarci.

Nazareth sembra fatta di mattoncini Lego. Una miriade di casette rosa basse e quadrate ammassate l’una all’altra, su diversi versanti della stessa irregolare collina.
Il pullman ci scarica nella piazza di fronte alla Chiesa della Annunciazione dell’Angelo a Maria, proprio alle porte della città vecchia.
Per raggiungere il nostro albergo attraversiamo un mercatino di cianfrusaglie, vestiti un po’ “acci”, frutta e ferraglia. Le spezie su alcune bancarelle emanano odori sgradevoli, ed al centro del viottolo un canale di scolo ci fa scendere incontro l’acqua sporca del lavaggio dei banchi, probabilmente di pesce.
Per terra, un lastricato di pietra rosea e lucida.
In certi tratti, i palazzi alla destra ed alla sinistra si incontrano a formare corte gallerie, o vengono unite da un lato all’altro da larghe tende di tela, simili a vele.

Oggi è Shabbat.
Gli ebrei osservanti si astengono, come ci è stato spiegato, più o meno dalle 16 del venerdì alle 18 del sabato dal compiere qualsiasi azione che possa essere considerata in senso lato “lavoro”, ovvero che possa in effetti distogliere dal riposo, dalla meditazione e dalla preghiera, dal Rapporto con Dio.
Noi siamo state fortunate. Siamo approdate nel posto di Israele dove, più di ogni altro, possiamo sperare di fare delle visite e trovare posti aperti nel giorno di Sabato: Nazareth, che è abitata da moltissimi Cristiani e Musulmani.

Questo viaggio è un coacervo di cose.
Ci sono le donne, che stiamo incontrando e che andremo ad incontrare.
C’è Israele, gli ebrei e la loro cultura e la loro religione e c’è la questione palestinese. C’è il tragitto in bici da organizzare e pianificare.
E c’è il nostro pellegrinaggio, e ci siamo noi. E ci sono i luoghi della vita e della predicazione di Cristo.
C’è un po’ di tutto.
Abbiamo scelto di metterci tutto. Consapevoli di dover rinunciare a molto di ogni cosa, e da ciascuna di poter prendere solo un poco. Spero che questo non voglia dire “troppo” poco. È presto per dirlo. Per ora cerchiamo di “succhiare” il più possibile di tutto.
Alla Chiesa dell’Annunciazione dell’Angelo ho avuto fortissima la sensazione che questa parte del fitto mosaico che è il nostro viaggio abbia visto mettere la primissima tessera.
Davanti alla Grotta che fu la casa di Maria ho sentito talmente in fondo a me stessa da raggiungere quasi i miei piedi, di essere all’inizio della Storia.
Ci ritiriamo qualche minuto, nella Chiesa silenziosa e quasi vuota, aperta a quest’ora solo per chi prega.
Io non riesco a star ferma, Silvia credo scenda proprio nelle viscere di sé stessa.

Ce ne andiamo poi nella zona nuova della città: nella piccola piazza sulla quale si affaccia la chiesa Ortodossa (dove, con il nostro solito tempismo tentiamo di affacciarci per una sbirciatina piombando appena dopo la fine di una funzione funebre…) ci facciamo qualche foto davanti ad un enorme albero di Natale con presepione incastonato.
Tra i numerosi e deliziosi locali affacciati sulla piazza scegliamo una specie di grotta sotterraneo per l’aperitivo e ci chiudiamo ognuna su sé stessa, al lavoro: io diario. Silvia pubblica qualche foto su facebook e aggiornamenti sulla giornata.
Ceneremo alle 9 in un ristorantino arabo.

…Pessima cena. Pollo alla birra che non ci aspettavamo ma è strafritto, ed antipasto di fagottini di pasta ripiena, fritti anch’essi. Non ce la possiamo fare.
Alle 22.30 siamo di nuovo allo stanzone del Fauzi Inn, una splendida Guest House proprio nel cuore della città vecchia. Saremo,ospiti qui, per questa notte.
È un posto incantevole, che ti accoglie con un cortile interno pieno di piante e fiori, una bella fontana e con divanetti di vimini e tavolini bassi. Siamo in inverno ma, complice la temperatura mite e l’aspetto arabeggiante del posto che ci ospita, sembra di essere di un colpo piombati in primavera piena.
Nello stanzone a sei letti dove dormiremo già ronfano tutti. Ci fermiamo a leggere un po’ il diario nella grande cucina per gli ospiti dove ci scaldiamo con camomilla e cannella ed una squisita torta al cioccolato appena sfornata, preparata da una ragazza che lavora qui.
Siamo a letto alle 23.30.
Non possiamo sentire le canzoni di fine giornata ma comunque riusciamo a molestare i vicini con le nostre grasse risate, riguardando le foto della giornata appena volata via…

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26 Dicembre – Giorno 2 – TEL AVIV/ZICHRON YA’AKOV

Sveglia alle 7, e poi alle 7.05, alle 7.10 ed alle 7.15…
Alle 7.19 sono in doccia, e poi è il turno di Silvia.
Qualche chiacchiera con Roberto e Letizia, i nostri ospiti di questa notte qui a Rohovot.
Sono ebrei italiani, lui di Milano lei di Roma. Conosciutisi in Israele, dopo alcuni anni di vita in un Kibbutz si sono trasferiti a viver qui, dove hanno cresciuto due figli ormai grandi.
Sono una famiglia di persone colte e alla mano, simpatiche e piacevoli.
Ci raccontano un po’ di come sia l’organizzazione di stampo sociale nei Kibbutz, e della scelta che loro hanno fatto di condurre una vita all’esterno ma sempre profondamente legata ad esso ed alla sua matrice politica e umana.
Quel che abbiamo imparato del Kibbutz è che esso nasce come comunità agricola di natura socialista. Gli spazi sono comunitari e tutto il ricavato di produzioni spesso all’avanguardia viene diviso equamente tra le famiglie secondo la decisione dell’assemblea. Molti di essi hanno accresciuto e consolidato nel tempo un tenore di vita molto elevato e conservato inalterata la propria struttura ed organizzazione. Altri, nel tempo, hanno intrapreso la via di una natura “mista”, privatizzando alcune produzioni o dando alcune parti della propria terra a famiglie esterne, o sposando forme ibride tra proprietà privata e comunitaria.
Mi piacerebbe visitarne uno.

Roberto si ferma a spiegarci per bene la strada, sulla cartina. Si sincera con accuratezza che sia tutto a posto e sotto controllo e si avvia al lavoro.
Rimaste con Letizia, ci intratteniamo ancora un po’ insieme per la colazione, a parlare di religioni e di dialogo, di politica ed economia, e di attualità, qui in Israele.
È strano mangiare Panettone. O, anzi, è strano pensare che ci sembri normale, ma siamo in Israele, a tremila km da casa, “dall’altro lato del cielo”.
Siamo su strada alle 9:30.

È una giornata tiepida e poco nuvolosa: noi, pronte ad affrontare temperature artiche, siamo decisamente superdotate… In pratica, schiattiamo di caldo.
Abbandonati almeno un paio di strati di calzamaglie, canottiere, maglie tecniche e calzettoni da sci, si pedala decisamente meglio.
Attraversiamo tre o quattro Comuni satellite di Tel Aviv: sono posti puliti e curati, danno l’idea di essere luoghi ricchi. Presso la costa, palazzoni altissimi sembrano sbucare dal terreno come piante che sbocciano alla vita. Mi danno l’idea di un’architettura in cui l’antico ed il tradizionale si incontrano: grandi massi di pietra rosa come immagino le casette arabe, ma impilati in grattacieli moderni e tecnologici.
Aiuole e piante curate, e lavori dappertutto. Miglioramenti urbani anche costosi. Crescita e benessere che si vedono e si toccano.

Siamo a Tel Aviv all’ora di pranzo.
Per primo ci dirigiamo alla stazione dei bus e chiediamo informazioni per raggiungere Zichron Ya’Akov, dove dobbiamo arrivare questa sera.
Probabilmente per oggi sacrificheremo un po’ le bici in favore di una visita della città.
Le stazioni e le periferie sono uguali più o meno dovunque. Sporche e degradate, sguardi torvi e merci da quattro soldi vendute sui banchi.
Qui però è pieno di soldati in divisa e con la mitraglietta a tracolla. Mettono una certa soggezione.
Non si pensi tuttavia che viga uno stato di Polizia. La realtà è che ci sono moltissimi soldati: ragazzi e ragazze alla fine della scuola hanno da fare rispettivamente due e tre anni di servizio militare obbligatorio. Per loro è una via di mezzo tra un lavoro (fanno orario di ufficio) ed un college, dove i giovani vivono quasi un prolungamento della scuola. Ho la sensazione che la reputino un’esperienza piuttosto divertente, ma non ne ho la certezza.
Ad ogni modo, ovunque è pieno di giovani uomini e donne in divisa, come da noi gli scolari fuori dagli istituti privati, e con la stessa spensieratezza e voglia di vivere.

Alla stazione chiediamo di un deposito dove poter lasciare i bagagli: ci muoveremo a piedi e con l’autobus. Abbiamo un paio d’ore.
Ci indicano un banco che vende street food: sfoglie supersugne ai mille gusti. Ne scegliamo una fatta a fagotto con sopra il sesamo e dentro le patate ed una talmente unta da essere quasi trasparente, a forma di spirale e grande come una pizza, con dentro un formaggio al sapore decisamente di piedi.
40 Shekel totali (ca. 8€) per cibo e deposito bici, che ci indicano di lasciare dietro una specie di passaggio segreto che si svela spingendo indietro uno dei frigoriferi.
Consumiamo fagotto e pizzettone andando verso l’autobus.
In breve siamo in centro citta’.
Gli ebrei ti spiazzano: mentre bene o male, biondi o mori, ricci o lisci noi italiani abbiamo in generale dei tratti abbastanza comuni, qui sono di tutte le razze. A parte Roberto e Letizia, che sono italianissimi nei modi nella cultura e nelle forme, sull’autobus riceviamo indicazioni e scambiamo qualche chiacchiera e qualche racconto sul nostro viaggio e sulla sua vita con una bella signora bionda e con gli occhi azzurri. Una inconfondibile signora olandese, con tre figlie tali e quali. E’ ebrea olandese, e viene qui ogni volta che puo’.
Ci indica dove andare a passeggiare nell’ora e mezzo che abbiamo a disposizione: un delizioso mercato all’aperto che vende di tutto.

Il mercato profuma di spezie e frutta, di vestiti appena tirati fuori dagli imballi e di stufato, di dolci fritti e saponi ai fiori.
Peccato non poter portare a casa con sé quello che si percepisce con l’olfatto, come una foto, o dentro ad una piccola scatolina.
Ci sono frutti di tanti colori, molti dei quali non avevo mai visto, e quelli che avevo già visto sono di dimensioni perlopiù molto sopra la mostra media.
Ci sono dolci arabi fritti nel miele, foulard di tessuti leggeri, borse e banchi che vendono cibo cinese al vapore.
Prendiamo una spremuta di pompelmo rosa e melograno, annusiamo e guardiamo un po’ intorno, compriamo qualche caramella colorata ed una piantina di mandarino
con tanti frutti, da portare questa sera a Ms Heller.
Lei ci ha praticamente “costruito” il viaggio. Alloggio, accoglienza, incontri. Ed una giornata intera, a pedali, domani con un gruppo di donne israeliane.

Il tempo però vola.
Siamo presto di nuovo alla stazione. Dopo lunghissime tribolazioni, essendo state lanciate da diversi impiegati dell’ufficio informazioni verso tutti i piani e quasi tutti gli imbarchi della stazione, finalmente riusciamo a salire, con anche le bici (e non era scontato) sul mezzo che ci portera’ fino a Zichron Ya’Akov dove, allo sbarco ci attendera’ Cami Heller.
Tel Aviv ci saluta con un fantastico tramonto arancione dietro lo skyline, dall’alto del settimo piano della stazione, dove ci troviamo in attesa del bus.

Cami è una funzionaria del ministero israeliano del turismo, che ci ha contattato di propria iniziativa, dal proprio ufficio di Milano per darci una mano nell’organizzazione di questo viaggio.
Susanna e Tzvi, da Milano, sono stati impagabili nel cercare di risolvere ogni nostro problema ed esigenza, fin anche a tentare di immaginare, proporci e risolvere qualsiasi possibile criticità nel nostro itinerario.
Cami e Mr Anat sono coloro che, dall’Italia, sono stati designati quali affidatari della nostra cura e sicurezza qui in Israele, e fin dal primo istante Cami ha ricoperto questo ruolo impeccabilmente, con energia, passione e dedizione.
Oltre ad ospitarci a casa sua, ci ha sottoposto una lunga lista di possibili attività ed iniziative da realizzare insieme in questi giorni. Abbiamo scelto una passeggiata con lei ed altre donne: domani mattina, partiremo alle 7.45, tra strada e fuori strada, fin quasi a Nazareth.

Per cena il marito di Cami ci fa trovare già pronti a tavola una rincuorante zuppa di patate fumante, Linguini Boulognesi e dei fagottini fritti con dentro le patate, ucraini.
In questa zona, ci dicono, si producono ottimi vini, ed il rosso con cui ci riempiono i calici a cena ne è una ottima prova.

Il cane “Boss”, un meticcio biondo a pelo ruvido di taglia medio piccola si innamora follemente di me, per la precisione della mia gamba alla quale non riesce proprio a rinunciare. Per non essere scortese, provo a gestire da me la faccenda sotto al tavolo ma è impossibile. Quando comincia a mordicchiarmi mani e jeans, onde evitare di lanciarlo spiaccicandolo contro la finestra della cucina, paleso la mia difficoltà, ma l’intervento di Cami non smorza la passione ed il cane Boss si ritrova sedotto e abbandonato quando ce ne andiamo tutti per una passeggiata.
Chiudiamo la serata con un giro a piedi nel grazioso paese. Niente più di una miunscola via, ma piena di luci e di fiori, e di localini che sembrano bomboniere.
Prendiamo un’ottima birra artigianale in un baretto proprio alla fine della strada.

Fa fresco stasera, tira un vento teso ed asciutto.
Dormiremo in un divano letto.
Facciamo appena in tempo a leggere un pezzetto di diario.
Nemmeno le canzoni di fine giornata…
A mezzanotte e mezzo si chiudono otto palpebre.
Siamo a pezzi, anche oggi.

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25 Dicembre – Giorno1 – ROMA / TEL AVIV

Dopo cenone di rito con i parenti ed esserci abbuffate alle rispettive mense di qualsiasi prelibatezza, con pance gonfie e cuori contenti, Messa, un abbraccio forte a familiari ed amici, ultimissime raccomandazioni, e via dritte verso il letto.
A lenzuola già rimboccate, squilla il telefono.
Le ultime voci che sentiamo prima di addormentarci sono le nostre. Dobbiamo ancora definire l’organizzazione di domani mattina che prima di oggi non avevamo avuto il tempo di affrontare e che ha finalmente ha preso forma.
Silvia passera’ a prendermi con il macchinone della sorella alle 5.45, schiafferemo le bici ed un passeggero nel retro e mio padre ci accompagnera’ all’aeroporto.
E, finalmente, la buona notte ed un augurio per un Buono, Strano, Natale.

A Fiumicino alle 7.00, per Israele e gli USA ci si imbarca da un terminal defilato che sembra un aeroporto di terzultima categoria.
Fuori e’ ancora buio.
Aperti i cancelli noi passeggeri ci mettiamo, l’uno dopo l’altro, in fila ordinata per l’interrogatorio.
Tocca a me e Silvia.
Mio papa’ ci aspetterà fino ad essere sicuro che sia tutto a posto…

Inizia il match.
Ad un lato del ring: Io vs Uomo. Aggravante: la sfida è in lingua inglese.
Altro lato: Silvia vs Donna. In italiano. Lei può vincere facile. Io non so, esito incerto.
Dopo una lunga serie di domande anche molto personali, il mio interrogatore si incaponsce perché non riesco in alcun modo a convincerlo con prove assolutamente inconfutabili del fatto che lavoro in una casa editrice dove svolgo, da sola, tutte le mansioni.
Per quanto riguarda Silvia, è alle prese con pelo e triplo contropelo acrobatico da parte della sua intervistatrice che incalza su ogni virgola del nostro viaggio, compreso spulciamento del rapporto epistolare di tutto l’ultimo mese con coloro i quali ci aiuteranno, in Israele, in questi giorni.
A complicare la mia situazione, un inglese tutt’altro che impeccabile, che mi rende difficile entrare adeguatamente nel merito delle questioni che mi vengono poste.
Finalmente, l’incubo finisce.
Un’ora e mezzo della nostra vita è già volata via, così, “Senza odor di Cotì”, diceva mia nonna.

Secondo round: preparazione del bagaglio per l’imbarco.
La brutta esperienza di un volo perso l’anno scorso per non aver adeguatamente imballato le bici ci ha insegnato molto, e stavolta siamo preparatissime: in quattro e quattr’otto facciamo dei nostri destrieri cicciotti due pacchetti neri superpiatti, e della coppia di sacche che abbiamo cadauna, due compatti fagotti stretti stretti da pellicola Domopack.
Pronte a fronteggiare nuovamente l’avversario.
Va inaspettatamente bene: al check-in una hostess fantastica riesce a far “rientrare” bici e sacche nel peso consentito evitandoci il pagamento di 50€ per bagaglio extra! Supereroina…
Rapido saluto e grande bacio a papà che ancora ci aspetta da due ore al varco, e finalmente lo liberiamo…
Ci avviamo all’imbarco, ma è cosa tutt’altro che semplice o agevole…
Dopo lungo girovagare forzato per raggiungere il gate, finalmente guadagnamo la posizione in aeromobile: centosettesima fila. Dietro di noi, la toilette e poco altro.

Prima del pisolo, riusciamo a malapena a scambiare due chiacchiere poco socievoli (o, se non altro, molto meno del nostro solito, causa stanchezza annichilente) con il nostro vicino di sedile (almeno questa volta non siamo state moleste, come invece spesso accade…).
Consumiamo il pasto, che ci sorprende nel bel mezzo di vividi sogni, in stile “La rinascita dei morti viventi”, e ce ne torniamo leste a dormire.
Testa contro testa, facce ebeti ed il thè in mano che per poco non ci si rovescia tutto addosso.
Tre ore e mezzo di volo sono decisamente troppo brevi… Come si dice: “Il tempo vola quando ci si diverte!!”.

Nelle nostre fantasticherie, ecco cosa sarebbe dovuto succedere una volta a terra:
-Sbarco ed intervista alla dogana, per non meno di un paio d’ore abbondanti (se il buongiorno si vede dal mattino… Dopo l’inizio alla grande di oggi non ci si può aspettare nulla di buono…);
-Riassemblaggio bici (si gonfino le ruote, si raddrizzino i manubri, si riattacchino i pedali, si issino le sacche sulle groppe dei destrieri e si monti in sella….!!)
-Trenino comodo comodo fino a casa di Roberto (amico che ci ospitera’ questa notte)
-E poi, chissà…

Ed ecco come sono svolti i fatti:
-Arrivo all’aeroporto (da notare che i bagni sono più lucidi di quelli di casa mia e la moquette è perfino sui muri).
-Intervista alla dogana da undici secondi netti (tra l’altro solo a Silvia con domandine facili facili).
– Recupero bici traumatico. La “Rossa” di Silvia presenta problema tutt’ora ignoto alla gomma davanti (probabilmente era otturata la camera d’aria) tale per cui il gonfiaggio ha richiesto 4 mani, due teste, 36 minuti ed ha rotto la mia pompetta. La mia Atala vecchiarella, che poverina è ormai arrivata presso la fine della sua onoratissima carriera, è uscita dai nastri trasportatori con la ruota davanti completamente fuori asse ed i freni che le impedivano di girare. Un’ ora abbondante di ricerca di soluzioni anche fantasiose non ha prodotto risultati apprezzabili. Dovremo trovare un biciclettaio.
-Cambio monete. Qui si usano gli “Shekel” ed il cambio e’ circa di cinque Shekel per un Euro. Inauguriamo la cassa comune.
-Il trenino non viaggia causa allagamento della via per la città. Primo tentativo alternativo al treno per lasciare l’aeroporto fallito miseramente: in fila davanti a noi, per salire sul bus-navetta, cento persone e centotre’ valigie da metro cubo. Non entreremo mai. Andato via il primo turno, con la fila quasi del tutto inalterata, decidiamo di dirottare sui taxi.
Il tassista che parla russo ma non inglese sbraita moltissimo ma non accenna la minima mossa mentre ci carichiamo e strizziamo, il più velocemente possibile e prima che cambi idea, bici ruote e sacche nel portabagagli del pullmino che è tanto alto quanto corto e stretto. Credo che abbiamo finito definitivamente di romperle.

Arrivate da Roberto (non c’è tempo ora per le presentazioni), ci precipitiamo con lui dal biciclettaio appena prima della chiusura. Un ragazzo carinissimo mi rimette a posto la bici, in dieci minuti, come ed anche meglio di quanto abbiano saputo fare a Roma a piazzale Clodio in una settimana. Peraltro, per molto meno (20€ cambio freni incluso) usciamo anche con due pupazzi a fischietto della Disney, che appenderemo ai manubri: Nemo per Silvia e Pluto per me.
Ci dividiamo. Io torno a casa.
Silvia e Roberto in macchina ricaricano la scheda telefonica israeliana che Roberto ci ha premurosamente prestato.
A casa, abbiamo a disposizione qualche minuto giusto per avvertire chi aspetta nostre notizie che siamo arrivate e stiamo bene, e siamo ospiti di persone amiche, gentili e premurose, e di una famiglia dove ci hanno fatto sentire immediatamente a casa.

Roberto e Letizia sono i padroni di casa. Sono amici della mamma di Silvia.
Giusto un’istantanea:
Lui. Castano scuro, capelli corti ed appena un filo di barba intorno alla bocca. Sorriso aperto e accento milanese.
Lei. Lunghi capelli biondi e sguardo acuto. Fa abiti da sposa ed insegna l’arte a giovani donne.

Roberto e Letizia stasera hanno un concerto con cena a Tel Aviv, circa 20 km a nord di Rohovot, la cittadina nella quale abitano e ci troviamo. Ci lasceranno in centro per una passeggiata e ci riprenderà la loro figlia più tardi, di ritorno dalla serata con un’amica.
Nella ventina di minuti di tragitto ci raccontano un po’ della loro vita qui.
La mia onestà intellettuale mi impone di confessare che, dopo aver minacciato Silvia perché non si addormentasse, ho pensato bene di farlo io… Ma solo -giusto giusto e niente più- per il tempo di uno schiocco di dita!

Ora siamo ad un Bistrot, con davanti una Coca ed un bicchiere di latte e cacao (anzi, a dire il vero qui si usa l’acqua calda), cercando disperatamente di tenere gli occhi aperti, ma la lotta è durissima.
Tra poco ce ne andremo a cercare un posticino per la cena.
…Aspettando la notte.
Ci attardiamo per una mezz’ora al bistrot, tra telefonate varie ai diversi contatti per organizzare gli appuntamenti dei prossimi giorni, e poi facciamo qualche piccolo passo in giro, nelle viuzze limitrofe.
Tel Aviv è una città dall’aspetto decisamente occidentale. Alti grattacieli che parlano di ricchezza e tecnologia, ragazzi in giro per le strade e davanti ai pub, ai ristorantini ed ai locali notturni esattamente come ci si aspetterebbe in una grande città del Vecchio Continente. Anche l’abbigliamento di giovani e adulti non ha niente che ci riporti a posti o culture lontane. Men che mai ci sentiamo poco sicure, anche a muoverci da sole, di sera.
Son già le 21.30 quando ci infiliamo in uno degli innumerevoli locali di questa zona brulicante di vita della notte.
Ai tavoli portano enormi bistecchiere di ghisa riscaldate da minuscole candeline, con sopra carni fumanti di ogni genere e forma.
Una grigliata mista per me ed un carpaccio per Silvia. Ad innaffiare, due calici di vino rosso.
Mi porteranno delle salsicce talmente piccanti che ci è impossibile finire (malgrado l’unione delle forze), polpette grigliate che qui chiamano “Kabab” (ma non siamo ancora riuscite a dare una esatta collocazione all’universo di significati che la parola Kabab include…), su una montagnola di pure’ “mixed” (Potatoes & Patata -= quella arancione e dolce). Ed una fantastica braciola alla paprika.
Cio’ che ci ha sdraiate e’ stato pero’ un superfocaccione all’aglio!

Puntualissima Karen, la figlia di Roberto, ci attende alle 22.30 fuori dal ristorante.
Mi appropinquo, mentre Silvia paga. Ma non esce mai…
Dopo un quarto d’ora sbuca finalmente, tra lo sconvolto e l’iracondo. La cameriera ha trattenuto una mancia spropositata, senza appello, senza possibilità di dibattito.
La macchina parte. Io davanti e Silvia dietro.
Karen accanto a me si sta per addormentare alla guida, io pure, da par mio. Silvia era già morta prima che lo sportello fosse chiuso alle sue spalle. Ma ha l’attenuante che, nel treno posteriore, l’acustica è pessima…
Esaurisco tutti gli argomenti possibili e immaginabili per mantenere desta la nostra autista…
Finalmente si arriva a casa.
Ci lanciamo a letto dritte come fusi.
Le canzoni della buona notte in questo viaggio saranno “Ultimo Mango a Bahia” ed una che suona circa “For the children and the flowers………….” ….
Riuisciamo ad ascoltarle entrambe, io al piano di sotto e Silvia al piano di sopra del letto a castello, appena in tempo prima del tracollo…

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23&24 Dicembre – Giorno 00 – Roma

Vigilia di vigilia…
23 e 24 Dicembre giorni di fuoco.
“Siete pronte?” Domanda di rito.
“No. Ovviamente. Non si e’ mai del tutto pronte, c’e’ sempre qualcosa che manca da fare, qualche laccio da chiudere, qualche pelle da lucidare, qualche arma da affilare.”
Risposta non retorica anzi, quantomai reale.
Fino all’ultimo a girare come schegge impazzite per Roma.
Incontrarci? Nemmeno a parlarne. In compenso, lunghissimi briefing telefonici ripetuti con sempre maggiore frequenza nell’arco delle giornate all’approssimarsi della fatidica data.

Alle gia’ innumerevoli cose a cui badare nell’affrontare l’organizzazione di un viaggio a pedali, due donne, in Israele, con tutta una macchina della Comunicazione intorno, e con la volonta’ di pianificare prima della partenza quanti piu’ incontri possibile, si aggiunge il Natale.
Il Natale, che per tutti noi significa regali.
Regali significa tempo speso e soprattutto tempo perso nell’infernale, unico ingorgo di una citta’ gia’ di per se’ caotica nei giorni normali e che a Dicembre si trasfigura in una orrenda Erinni.

Comunque, il nostro viaggio e’ iniziato alla grande.
Non faro’ nomi per non diffamare nessuno ma, alla stessa di noi due, e’ capitato di infilare tre goal in sequenza:
-Saluto amica ebrea che ci ospitera’ a Gerusalemme:
La gentile signora, con cortesia:
-La palma di ferro forgiata dal mastro fabbro Alfonso apposta per noi quest’estate e benedetta a S.Giovanni Rotondo (simbolo dei Palmieri, i pellegrini diretti a Gerusalemme) e’ volata nella tromba dell’ascensore ed e’ stata recuperata per pura fortuna perche’ il portiere (unico in possesso della Chiave) ancora non era uscito per il cenone della vigilia con la famiglia.
-Per finire, alla radio in diretta a mezzanotte: “Allora Silvia e Gaia auguri e Buon Viaggio!!”
“Grazie, e Buon Viaggio anche a voi!!”

E ancora non eravamo partite….

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26 dicembre, da tel aviv

Siamo a Tel Aviv, in partenza verso cesarea, imbraco complicato, discesa pure…
Bici sbarcate piuttosto spappolate ma problemi abbastanza risolti…
Notte a casa di amici…
Ora: Direzione: cesarea!!
A dopo..

RICORDATE: Stasera 17:30 intervista circa 12 minuti su Radio Vaticana 105 FM

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Il Nostro Mosaico

Il Nostro Mosaico

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